La Giunta Tommasi ha dato il via libera alla manifestazione preliminare di interesse presentata dall’Hellas Verona FC per la riqualificazione dello stadio Bentegodi, aprendo ufficialmente la strada alla presentazione, entro settembre, dello studio di fattibilità e del progetto preliminare.
Ma c’è una domanda che oggi diventa inevitabile e alla quale la politica dovrebbe rispondere prima di qualsiasi altro passo.
Perché il Comune dovrebbe consentire una gigantesca operazione immobiliare a favore di una società il cui presidente ha dichiarato pubblicamente di non voler investire nella squadra?
Il riferimento è alle parole del presidente dell’Hellas Verona, Italo Zanzi, che, commentando il bilancio della società, ha spiegato con grande chiarezza quale sarà il modello gestionale del club: autofinanziamento, sostenibilità economica e nessun nuovo investimento diretto da parte della proprietà.
Una scelta imprenditoriale perfettamente legittima.
Ma proprio questa scelta rende ancora più difficile comprendere la logica dell’operazione stadio.
Perché se una proprietà ritiene di non dover investire capitali per rendere più competitivo l’Hellas Verona sul campo, viene spontaneo chiedersi perché dovrebbe essere messa nelle condizioni di sviluppare un’operazione urbanistica di enorme valore economico.
È un tema che aveva già sollevato con forza il senatore di Fratelli d’Italia, Matteo Gelmetti, osservando come le dichiarazioni di Zanzi imponessero la massima prudenza da parte dell’Amministrazione.
Un ragionamento che oggi acquista ancora più forza.
Il nuovo stadio non può diventare semplicemente un’enorme operazione immobiliare scollegata dal futuro sportivo della squadra.
La città ha diritto di sapere quale sia il vero piano industriale.
Chi finanzierà l’opera?
Quali saranno gli investitori?
Quali garanzie esistono affinché il nuovo stadio rappresenti davvero un patrimonio per Verona e non soltanto un’occasione di speculazione immobiliare?
Perché il punto è proprio questo.
Se il presidente dell’Hellas afferma che il club continuerà ad autofinanziarsi senza nuovi investimenti nella squadra, allora è legittimo chiedersi quale interesse abbia Verona ad affidare proprio a quella società un progetto destinato a cambiare il volto di un’intera area della città.
Uno stadio moderno è certamente un obiettivo condivisibile.
Ma dovrebbe essere il simbolo di una proprietà che crede nel proprio progetto sportivo e che investe nel futuro del club, non il presupposto di un’operazione il cui ritorno principale rischia di essere immobiliare.
Prima di parlare di rendering, conferenze stampa ed Euro 2032, la politica dovrebbe pretendere una risposta semplice.
Qual è il vantaggio per Verona se chi guida l’Hellas dichiara di non voler investire nell’Hellas, ma chiede di realizzare una delle più importanti operazioni urbanistiche degli ultimi decenni?
È una domanda che merita una risposta chiara. Perché il futuro dello stadio riguarda tutta la città, non soltanto la società calcistica.
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