Nonostante i numerosi interventi di riduzione delle imposte introdotti negli ultimi anni, l’Italia continua a mantenere una delle pressioni fiscali più elevate d’Europa. È quanto emerge dall’ultima analisi dell’Ufficio Studi della CGIA, secondo cui nel 2026 il peso complessivo di tasse e contributi raggiungerà il 42,9% del Pil, un dato superiore di 1,2 punti rispetto al 2022, ultimo anno prima dell’insediamento del Governo Meloni.
Un apparente controsenso che, secondo la CGIA, trova spiegazione nell’aumento dell’occupazione, nella crescita delle retribuzioni e nel maggiore contributo richiesto a banche, assicurazioni e grandi società di capitali.
Tre miliardi di tasse in meno per il Veneto
La ricerca evidenzia come le ultime quattro Leggi di Bilancio abbiano alleggerito il carico fiscale per famiglie, lavoratori autonomi, artigiani e piccole imprese.
Secondo le stime, i contribuenti veneti avrebbero beneficiato complessivamente di circa 3 miliardi di euro di minori imposte grazie a misure come:
- ampliamento della flat tax per gli autonomi;
- riduzione del cuneo fiscale;
- accorpamento dei primi scaglioni Irpef;
- abbassamento delle aliquote fiscali sui redditi medio-bassi.
A livello nazionale, il beneficio netto per le famiglie viene quantificato in 33,3 miliardi di euro.
Più occupati, più gettito per lo Stato
L’aumento della pressione fiscale complessiva non sarebbe legato a un incremento delle imposte per cittadini e microimprese, ma alla crescita del numero degli occupati e all’aumento degli stipendi derivante dai rinnovi contrattuali.
Più lavoratori e salari più elevati significano infatti maggiori entrate Irpef e contributive per le casse pubbliche.
A questo si aggiungono alcune modifiche normative che hanno inciso soprattutto sulle grandi società, come la sospensione della deducibilità di determinate voci di costo e l’eliminazione dell’ACE (Aiuto alla Crescita Economica), agevolazione che valeva circa 4 miliardi di euro all’anno.
Banche e assicurazioni chiamate a contribuire di più
Secondo la CGIA, una parte significativa dell’aumento del gettito arriverà nel 2026 anche da banche e compagnie assicurative.
Tra revisione delle norme sugli extraprofitti e incremento dell’Irap, questi settori verseranno complessivamente allo Stato circa 5,6 miliardi di euro aggiuntivi.
Un contributo che, secondo l’associazione degli artigiani mestrina, ha consentito di mantenere una politica fiscale più favorevole nei confronti delle famiglie e delle attività economiche di minori dimensioni.
I principali tagli fiscali degli ultimi anni
Tra gli interventi più rilevanti ricordati dalla CGIA figurano:
- l’esonero contributivo per i lavoratori dipendenti introdotto nel 2023;
- la riforma Irpef del 2024 con l’accorpamento del primo scaglione;
- il taglio strutturale delle aliquote Irpef previsto dalla Legge di Bilancio 2025, valutato in 17,1 miliardi di euro;
- la riduzione dal 35% al 33% dell’aliquota del secondo scaglione Irpef introdotta con la manovra 2026.
La proposta CGIA: meno sprechi e revisione delle agevolazioni fiscali
Nel documento la CGIA rilancia anche il tema della giustizia fiscale, sostenendo che non possa essere perseguita soltanto attraverso il contrasto all’evasione o nuove imposte patrimoniali.
L’associazione propone invece una revisione delle cosiddette tax expenditures, ovvero l’insieme di detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta che, secondo il Ministero dell’Economia, valgono circa 119 miliardi di euro l’anno a livello statale e quasi 150 miliardi considerando anche Regioni ed enti locali.
Secondo la CGIA, una riduzione anche solo del 10% di queste agevolazioni consentirebbe di recuperare circa 15 miliardi di euro all’anno, risorse che potrebbero essere utilizzate per abbassare ulteriormente il peso fiscale senza compromettere i servizi essenziali come sanità, istruzione, previdenza e assistenza sociale.
Il nodo resta il debito pubblico
Per la CGIA il vero problema rimane l’elevato livello del debito pubblico italiano, che limita i margini di manovra per ulteriori riduzioni fiscali.
Da qui il monito finale: promettere meno tasse per tutti senza intervenire sulla spesa pubblica rischia di trasformarsi in uno slogan efficace sul piano politico, ma difficilmente sostenibile sul piano economico.


















