Il taglio di 17 centesimi sul diesel deciso dal Governo rappresenta un primo segnale, ma non basta. A lanciare l’allarme è la CGIA, secondo cui il caro carburanti continua a mettere in seria difficoltà migliaia di lavoratori autonomi e piccole imprese, soprattutto nel settore dell’autotrasporto, dei taxi, degli NCC e degli agenti di commercio. Una situazione che, dopo lo scoppio del conflitto nel Golfo Persico, rischia di diventare insostenibile anche per il tessuto economico veronese e veneto.
Secondo l’analisi dell’Ufficio studi della CGIA, dall’inizio della crisi internazionale il prezzo del diesel in Veneto è aumentato di quasi il 12%, pari a 22 centesimi al litro. Tradotto in termini pratici, oggi fare il pieno a un autocarro sotto le 7,5 tonnellate costa 1.031 euro, ben 109 euro in più rispetto alla fine di febbraio. Anche la benzina registra un forte incremento, con un aumento del 9%, arrivando a 1,987 euro al litro.
Il problema, evidenzia la CGIA, è che il credito d’imposta introdotto dal Governo per compensare il rincaro del gasolio interessa soltanto una parte limitata del settore: circa il 22% dei mezzi pesanti. Restano quindi esclusi migliaia di piccoli autotrasportatori che ogni giorno lavorano sulle strade italiane.
Ma a soffrire non sono soltanto i padroncini. Il peso dell’aumento dei carburanti ricade anche su taxisti, NCC e agenti di commercio, categorie che vivono quotidianamente sulla strada e percorrono centinaia di migliaia di chilometri ogni anno. Per questi professionisti il carburante rappresenta una delle principali voci di costo e ogni aumento si traduce in una riduzione immediata dei margini economici.
Per questo la CGIA ritiene che gli interventi nazionali, pur apprezzabili, non siano sufficienti. L’associazione chiede un’iniziativa decisa da parte dell’Unione Europea, affinché Bruxelles autorizzi gli Stati membri ad adottare misure straordinarie e temporanee, come la riduzione delle accise, un taglio dell’IVA sui carburanti o specifici aiuti economici destinati ai settori maggiormente colpiti.
Secondo l’associazione di Mestre, gli strumenti normativi europei esistono già e sono stati utilizzati anche durante la crisi energetica seguita alla guerra tra Russia e Ucraina. Da qui la domanda rivolta alle istituzioni comunitarie: perché oggi Bruxelles non interviene con la stessa rapidità?
Il Veneto rappresenta una delle regioni italiane maggiormente esposte agli effetti del caro carburanti. Le attività interessate sono 28.913, di cui 20.792 agenti di commercio, 6.753 imprese di autotrasporto e 1.368 tra taxi e NCC.
Anche i dati provinciali confermano il peso del fenomeno. Padova guida la graduatoria regionale con 6.900 attività, seguita da Verona, che conta 5.742 imprese, quindi Treviso (5.439), Vicenza (4.585) e Venezia (4.310).
Per la provincia scaligera il tema assume un’importanza particolare. Sono infatti quasi 6.000 le attività che vedono nel carburante uno dei principali costi aziendali. Un ulteriore aumento dei prezzi rischia di comprimere ulteriormente margini già ridotti dalla concorrenza, dall’inflazione e dall’impossibilità, in molti casi, di trasferire i rincari sui clienti finali.
L’allarme della CGIA è quindi chiaro: senza interventi più incisivi, il rischio è quello di mettere in difficoltà quasi 30 mila imprese venete, con inevitabili ripercussioni sull’occupazione, sulla competitività e sull’intero sistema economico regionale.


















