Il settore dell’autotrasporto è arrivato a un punto critico. Il fermo annunciato nelle scorse ore non è più una protesta isolata, ma il segnale evidente di una crisi strutturale che rischia di travolgere centinaia di imprese anche in Veneto.
Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, entro la fine del 2026 potrebbe chiudere un’azienda su cinque. Numeri che fanno tremare il comparto: su oltre 6.500 imprese attive in regione, tra 700 e 800 rischiano di fermarsi definitivamente. E nell’area metropolitana di Venezia, su circa 900 attività, un centinaio potrebbe abbassare la serranda nei prossimi mesi.
Il caro diesel soffoca il settore
Il nodo principale è il costo del carburante. Oggi il diesel ha raggiunto una media di 2,135 euro al litro, con un aumento del 24% dall’inizio della guerra nel Golfo e addirittura del 30,6% rispetto a fine 2025.
Per un mezzo pesante, il conto è salatissimo: fare il pieno significa spendere oltre 1.000 euro, con un aggravio di circa 250 euro rispetto a pochi mesi fa. Su base annua, un autotrasportatore può arrivare a spendere quasi 77mila euro solo di gasolio, circa 17.500 euro in più rispetto all’anno precedente.
Numeri che spiegano bene perché il settore sia in affanno: il carburante rappresenta fino al 30% dei costi operativi e, quando i prezzi salgono così rapidamente, l’equilibrio economico salta.
La trappola della liquidità
Ma il vero problema, spesso invisibile, è il cash flow. Gli autotrasportatori pagano il carburante subito, mentre incassano le fatture anche dopo 90 o 120 giorni.
Questo squilibrio crea una vera e propria emergenza finanziaria. Le aziende si trovano a anticipare costi enormi senza avere liquidità immediata, con il rischio concreto di fermarsi non per mancanza di lavoro, ma per impossibilità di sostenere le spese quotidiane.
Fuel surcharge: tutela debole
In teoria esistono strumenti di protezione, come il fuel surcharge, che dovrebbe adeguare automaticamente le tariffe al costo del carburante. Nella pratica, però, funziona poco.
I piccoli autotrasportatori hanno scarso potere contrattuale e spesso non riescono a far valere questa clausola. In altri casi, l’adeguamento arriva in ritardo, quando ormai il danno è già stato subito.
La beffa delle accise
A complicare il quadro intervengono anche le politiche pubbliche. Il taglio delle accise deciso dal Governo, pensato per alleggerire i costi, si è trasformato in un boomerang.
Gli autotrasportatori, infatti, beneficiano di un rimborso specifico sulle accise del gasolio professionale. Ma quando l’imposta viene ridotta per tutti, si riduce anche il rimborso destinato alla categoria, annullando di fatto il vantaggio.
Il risultato? Meno benefici e nessun reale calo strutturale dei costi.
Committenti e tensioni contrattuali
A peggiorare la situazione ci sono anche i rapporti con i committenti. Sempre più aziende segnalano contestazioni sul riconoscimento del fuel surcharge, con adeguamenti negati o ridotti unilateralmente.
Una dinamica che scarica ulteriormente i costi sui trasportatori, già in forte difficoltà.
Un settore in calo da anni
La crisi non nasce oggi. Negli ultimi dieci anni, in Veneto sono sparite oltre 2.100 imprese di autotrasporto, con una contrazione del 24,3%.
Un ridimensionamento dovuto a diversi fattori: crisi economiche, concorrenza estera – soprattutto dall’Est Europa – e processi di aggregazione che hanno ridotto il numero dei piccoli operatori.
Verona al vertice, ma il rischio cresce
Nonostante tutto, Verona resta la provincia veneta con il maggior numero di imprese del settore: 1.573 attività, seguita da Padova e Treviso.
Ma anche qui il rischio è concreto. Se la crisi della liquidità e il caro carburante non troveranno risposte rapide, anche un territorio forte come quello veronese potrebbe vedere camion fermi e aziende costrette a chiudere.
Il fermo annunciato, quindi, non è solo una protesta. È il segnale di un sistema che rischia di bloccarsi, con conseguenze dirette su tutta l’economia reale.













