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OPS su Banco BPM, Orcel (Unicredit): “Con queste condizioni, l’operazione è de facto non economica”

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Il numero uno di UniCredit, Andrea Orcel, ha annunciato che “alle attuali condizioni, BPM definitivamente non conviene più”. Tradotto: l’OPS su Banco BPM è destinata a sfumare.

Il colosso bancario guidato da Orcel aveva puntato tutto sull’operazione, ma a sbarrargli la strada è stato il mercato (molto tiepido rispetto alla proposta di scambio) e le condizioni imposte dal governo nell’ambito del golden power: obbligo di uscita dalla Russia in nove mesi, mantenimento per cinque anni del rapporto prestiti/depositi di BPM, e la tutela dell’italianità dell’istituto.

“Con queste condizioni, l’operazione è de facto non economica”, ha spiegato Orcel durante il Consiglio nazionale della FABI, la federazione dei bancari. E la sua dichiarazione suona oggi come un inaspettato ma positivo colpo di scena.

Perché salutare con favore il passo indietro di UniCredit? Per almeno tre motivi:

  1. Banco BPM resta indipendente. Non finisce assorbito in una logica di maxi-banca proiettata prevalentemente all’estero che rischiava di omogeneizzare tutto, tagliando radici territoriali e autonomia strategica.
  2. Verona può tirare un sospiro di sollievo. BPM ha storicamente un forte legame con il Nord-Est e un’acquisizione da parte di UniCredit avrebbe probabilmente penalizzato la nostra città, già “saccheggiata” negli anni da fusioni, predazioni (vedasi Cattolica) e accorpamenti.
  3. Il governo ha fatto valere l’interesse nazionale. Le condizioni poste hanno messo in chiaro che gli asset strategici italiani non sono terra di conquista senza regole.

“Non sto facendo la guerra al governo”, ha precisato Orcel, eppure le sue parole segnano la fine di un’operazione che, sotto la veste della razionalità industriale, nascondeva più di un rischio per il pluralismo bancario e per i territori.

Resta ora da vedere se e come UniCredit vorrà rientrare in partita, magari con nuove condizioni. Ma una cosa è certa: la partita, oggi, l’ha vinta chi ha difeso la sovranità economica e finanziaria del Paese. E Verona, questa volta, può sentirsi dalla parte giusta del tavolo.



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