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“Riaprire le scuole in sicurezza, come?”. Strumenti e accorgimenti nel webinar dell’Ordine degli Ingegneri

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Sistemi di ventilazione adeguati. Sarebbe il contrattacco più efficace al Covid, per garantire il ritorno in sicurezza sui banchi di scuola. Ma non essendo attuabile in tempi brevi, esperti e tecnici che si sono confrontati ieri in un webinar promosso dall’Ordine degli Ingegneri di Verona, evidenziano strumenti e strategie che possono essere messi in campo fin da subito.

Si va dall’utilizzo di microfoni con altoparlanti per evitare che i docenti debbano alzare eccessivamente la voce, e di conseguenza aumentare il rischio di diffusione di eventuali particelle virali, fino all’apertura costante degli infissi anche tramite banali fermafinestre, in caso non vi siano sistemi a vasistas, come in molte scuole del centro. Tra i consigli, oltre alla sistemazione nelle aule di lampade Uv, emerge quello di evitare la presenza del 50% degli studenti concentrandoli comunque in classe che arrivano anche a 30, considerando piuttosto l’eventualità di dimezzare le presenze in aula o di creare quantomeno sottogruppi da isolare per evitare un’eccessiva concentrazione di persone in un unico ambiente. Inoltre fondamentale sarebbe svuotare le aule durante la ricreazione.

“Si tratta di accorgimenti semplici, ma efficaci”, evidenzia Alessandro Zivelonghi ingegnere nucleare, organizzatore del webinar e docente al Lorgna Pindemonte. “Ormai è provato che il canale del contagio indiretto è la formazione di aerosol virale. C’è quindi molta differenza tra una persona che non parla o che, al contrario, parla molto e addirittura ad alta voce o cantando. Per questo i docenti andrebbero muniti di microfoni con altoparlanti. Inoltre la carica virale emessa da un eventuale soggetto asintomatico aumenta con il passare del tempo e può tornare ad abbassarsi con aria di rinnovo, aprendo le finestre a intervalli periodici di un’ora e, se possibile, per una ventina di minuti. Anche così, purtroppo, il nuovo livello di partenza non sarà zero, ma l’apertura delle finestre agli intervalli e il filo d’aria permanente consentono di ridurre i rischi di circa il 40%”.

Zivelonghi fa notare che il recepimento dell’aerosolizzazione non è ben enfatizzato dalla normativa. “Circa i ricambi d’aria a scuola l’indicazione è di garantirli periodici e frequenti, senza parametri sistemaci e precisi. Sugli impianti, molto caldeggiati, il recepimento è tardivo. In Germania sono stati previsti 500 milioni di euro da destinare al loro adeguamento”. 

“I sistemi di ventilazione andrebbero previsti al di là della pandemia, anche solo per contrastare l’eccesso di Co2 nelle aule, dopo 5 ore di lezione, il che abbassa la qualità dell’aria e la soglia di concentrazione”, sottolinea Michele Vio, autore di pubblicazioni internazionali sul tema del condizionamento. “Fortunatamente, specie nelle regioni autonome, si sta iniziando a prevederli, in caso di ristrutturazioni, anche in Veneto”. 

Se intervenire per attrezzare le scuole con il migliore degli impianti richiede una cifra tra i 5 e i 7 mila euro per classe, ci sono altri modi molto più economici per difendersi intanto dalla pandemia. 

“Un buon sistema, usato nei paesi del sud del mondo, sono le lampade UV schermate verso il basso, associate a ventilatori che spostano l’aria. È poco costoso e si rivelerebbe valido per le scuole prive di una climatizzazione controllata”, riprende Vio, secondo cui i depuratori notturni servono invece a gran poco. “In uno spazio vuoto, nel giro di un’ora e 6 minuti la quantità del virus si dimezza, anche senza aerazione e, dopo tre ore, la carica virale è del 12,5 %. Il rischio maggiore arriva dal ridotto volume di un locale, per questo i supermercati sono tra gli ambienti più sicuri, e anche l’apertura delle finestre ha i suoi limiti, perché dipende dalla differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno”.
L’esperto evidenzia poi che, nel rapporto ravvicinato, la ventilazione non influisce, mentre è più importante evitare il faccia a faccia, posizionandosi magari una persona in piedi e una seduta, o di schiena su treni e mezzi pubblici. 

Tra le contromisure più efficaci, ormai è noto, c’è l’utilizzo delle mascherine. Ma non tutte servono, come ben spiega Giuseppe Sala, direttore del gruppo di ricerca del Politecnico di Milano che, dalla scorsa primavera, ha avviato il progetto  PoliMask per studiare le potenzialità dei dispositivi di protezione.

“Le chirurgiche sono nate in tempi lontani per proteggere il paziente dall’eventuale carica batterica e virale del personale medico e non, invece, chi le indossa. Le uniche davvero efficaci sono quindi le più costose, le cosiddette protettive, tra cui le ffp2, mentre le mascherine di comunità, fatte in cotone o altre stoffe, non hanno alcuna efficacia, tanto che in alcune nazioni sono persino vietate. Ne abbiamo testate 1.800 e nessuna si è rivelata efficace, danno solo un falso senso di protezione”. 

Le mascherine funzionanti devono avere tre strati, il più interno per il comfort, il filtraggio intermedio e quello esterno di protezione.  

“Le ffp2 e le ffp3 sono le migliori perché dotate di microfibre caricate elettrostaticamente, hanno un’eccellente respirabilità e una capacità filtrante quasi totale. Naturalmente la massima prestazione si ha non appena vengono indossate poi il vapore acqueo e l’intasamento meccanico fanno perdere la capacità di filtrazione elettrostatica e andrebbero sostituire dopo circa 4 ore di utilizzo continuativo”. 

Conclude Zivelonghi: “il comitato scientifico è formato quasi esclusivamente da medici, mentre servirebbero statistici, matematici per affrontare un problema multidisciplinare. Anche per il ritorno a scuola manca un ragionamento matematico che colleghi la probabilità di infezione aerosol nella specifica situazione pandemica relativa a ogni città, ossia quale sia statisticamente la probabilità di ritrovarsi in aula un soggetto asintomatico, partendo dal numero dei positivi”. 



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