Secondo alcuni studiosi di Oxford, la progressiva digitalizzazione, informatizzazione e automazione distruggeranno molti dei lavori che esistono oggi. Non si sa esattamente quanti, ma la stima è che circa il 47 per cento dei lavori che facciamo noi oggi, siano a rischio. Il rischio, poi, ci viene detto, non è distribuito in maniera omogenea. Quelli che fra noi hanno competenze specialistiche sono destinati a carriere luminose e pagate profumatamente, così come ci sarà ancora – e sempre? – una domanda per lavoratori disposti a compiere lavori umili, ovvero pagati poco e male. Saranno i lavoratori della fascia media, i cosiddetti “colletti bianchi”, a diventare inutili. Cosa che, lo pensano alcuni di quelli che mandano avanti il mondo delle organizzazioni internazionali, potrebbe rivoluzionare il mondo dell’università e dell’insegnamento.
La classe media muore
Che ci sia uno svuotamento della classe media, l’aveva capito per primo Francis Fukuyama, che dopo aver dichiarato che la Storia era giunta al capolinea, in un volume del 1992[1] che ha finito col riscuotere un successo planetario, in un saggio apparso nel 2012 sulla pagine di Foreign Affairs, su cui Huntington aveva pubblicato quasi vent’anni prima il suo famoso saggio sullo scontro delle civiltà come nuovo elemento organizzatore dell’ordine mondiale, parlò del futuro della storia.
Senza dover discutere troppo in dettaglio le differenze fra la concezione di fine della Storia elaborata da Kojeve e quella elaborata da Fukuyama, basti dire che per Fukuyama la Storia aveva raggiunto una sorta di capolinea per un motivo molto semplice: la Guerra Fredda era finita, l’economia di mercato aveva prevalso sull’economia pianificata dei Paesi comunisti, il modello di vita consumistico proprio del mondo occidentale aveva trionfato.
Scrive Fukuyama (1989): “Quello che probabilmente stiamo osservando non è solo la fine della Guerra Fredda, o il passaggio di un periodo particolare della storia post-bellica, ma la fine della storia in quanto tale: cioè, il punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità e l’universalizzazione della liberal-democrazia occidentale come forma finale del governo umano”[2].
Fukuyama azzardò questa conclusione nel 1989, quando si poteva avere, o quantomeno lui poteva avere, l’impressione che la democrazia e soprattutto la liberal-democrazia si sarebbero affermate come forma di governo urbi et orbi.
La Storia ovviamente non si è fermata affatto e la liberal-democrazia non si è affermata come modello universale. Nel 1993 Huntington diede alle stampe The third wave of democratization, in cui spiegò come e perché il mondo fosse attraversato da una terza ondata di democratizzazioni che, dall’Europa meridionale al Sud America, dall’Europa centro-orientale al Sud Est asiatico, sostituiva i regimi autoritari con la democrazia. Ma già alla fine degli anni novanta, chi si occupa di democrazia e democratizzazioni, si era accorto che la liberal-democrazia, celebrata da Fukuyama nel 1989, non si era affatto affermata come modello universale. Anzi.
Larry Diamond, in un saggio del 1999, per primo sottolineò come “la prima metà degli anni novanta abbiano preso visione di due tendenze contraddittorie: la continua crescita della democrazia elettorale, ma la stagnazione della liberal democrazia”[3]. Insomma, i paesi abbandonano l’autoritarismo per una democrazia di facciata, ma non sostanziale, motivo per cui Carothers, in un bel saggio del 2002, poté osservare come dei “100 Paesi considerati ‘in transizione’ in anni recenti, solo un piccolo numero – forse meno di 20 – sono chiaramente sulla strada per diventare delle democrazie di successo, ben funzionanti o almeno di aver fatto un qualche progresso democratico e di godere ancora di positiva dinamica di democratizzazione”, mentre gli altri “soffrono di severi deficit democratici”[4]. Motivo per cui molti studiosi, fin dalla metà degli anni novanta, avevano cominciato a chiedersi se la terza ondata di democratizzazione si fosse arrestata (Diamond, 1996)[5]. A prescindere dal fatto che si prenda come punto di riferimento il saggio di Diamond del 1996, il volume di Diamond del 1999, o il saggio di Carothers del 2002, chi si occupa di democrazia e democratizzazione sa da molti anni che la liberal democrazia non ha trionfato.
Non ha trionfato perché molte democrazie sono rimaste tali solo da un punto di vista formale; non ha trionfato perché in molti Paesi si è ritenuto inopportuno o impossibile adattare il modello liberal-democratico alle esigenze del Paese; e non ha trionfato perché altri modelli che garantiscono buon governo senza democrazia, forti del successo ottenuto nel Sud Est Asiatico, si sono rivelati delle alternative più accettabili per molti Paesi non occidentali. Il mancato trionfo della liberal-democrazia, le critiche al cosiddetto Washington consensus, che in Italia alcuni conoscono con il nome di ‘pensiero unico dominante’, la crisi economico-finanziaria, la comparsa di movimenti antagonisti e di partiti populisti, e la minaccia del terrorismo internazionale pongono molti dubbi sul fatto che la storia abbia raggiunto il suo punto finale.
Per Fukuyama, ciò che però ha rimesso in movimento la Storia e le ha donato un futuro, è il fatto che le classi medie, vittime di un clamoroso caso di falsa coscienza, cioè del fatto che non capiscano bene i propri interessi, votano per politici che perseguono delle politiche vantaggiose solo per i plutocrati e di fatto compromettono il proprio benessere. Così facendo la classe media si impoverisce e scompare, e visto che tradizionalmente la classe media è stata la spina dorsale o la colonna portante dei regimi liberal-democratici, Fukuyama teme che con la scomparsa della classe media possa scomparire la liberal-democrazia—motivo per cui una Storia che sembrava finita, potrebbe non esserlo affatto.
Il pensiero di Fukuyama, hegeliano di sinistra, che però piace ai conservatori, ha dei forti debiti con l’hegelismo di sinistra da Marx a Kojeve, non solo perché come loro Fukuyama parla di Fine della Storia, ma perché usa anche un concetto marxiano, quello di falsa coscienza, per spiegare come e perché le classi medie si condannino a scomparire.
Come molti marxisti, Fukuyama vede il problema, ma ne fraintende la causa. E’ vero che la classe media si svuota e rischia di scomparire, o forse è già scomparsa a causa della pauperizzazione che le classi medie hanno purtroppo vissuto negli ultimi anni, ma non è solo a causa di una presunta falsa coscienza di classe. La classe media non scompare solo perché vota politici che non la rappresentano, come, nel caso statunitense, il partito repubblicano. La classe media scompare anche perché, cosa che Fukuyama trascura, molti Paesi occidentali hanno per anni stimolato la crescita dell’economia espandendo il debito, che divenuto insostenibile deve esser ripianato, tagliando da un lato la spesa pubblica, e dall’altro incrementando le entrate – il cosiddetto revenue – dello Stato. Ovviamente, in uno Stato in cui, una porzione considerevole del prodotto interno lordo è rappresentata dalla spesa pubblica, se questa si contrae, la crescita economica rallenta e l’economia stenta a creare occupazione o a mantenere il livello occupazionale esistente. Se a questo si va ad aggiungere il fatto che la pressione fiscale si fa più pesante – per permettere allo Stato di affrontare le spese che non può fare a meno di fare, per contenere il deficit e per tentare di ridurre, per quanto possibile, il debito o per evitarne una crescita incontrollata –, ai cittadini rimangono meno risorse, meno soldi, che possono essere utilizzati per i consumi e per gli acquisti. Pertanto, la crescita economica non subisce un rallentamento solo perché lo Stato spende meno, ma anche perché i cittadini letteralmente “tartassati”, spendono meno e risparmiano meno. E meno consumi e meno risparmi, si traducono non solo in una crescita economica più lenta, ma anche in un’ economia in cui la domanda di forza lavoro non cresce o, in taluni casi, perfino cala.
Indipendentemente dal fatto che la classe media sia decimata dall’azione di governi chiamati a riparare gli errori fatti da governi precedenti, come si suggerisce qui, o che si avvii a scomparire perché non sa scegliere bene i politici da cui farsi rappresentare, l’osservazione di Fukuyama sulla scomparsa della classe media sembra abbastanza corretta e condivisibile. Scompare la classe media, e scompare il mercato dei prodotti che essa consumava perché, come sanno bene gli economisti bravi, l’offerta di un prodotto sul mercato competitivo è una funzione della domanda, per cui al calare della domanda, o cala l’offerta (o cala il prezzo).
Il fatto che la classe media si stia avviando a scomparire è piuttosto problematico. E’ problematico da un punto di vista politico: la classe media scompare, e la liberal democrazia è a rischio; è problematico da un punto di vista economico: la classe media scompare, ed anche il mercato dei prodotti che soleva consumare; ma è anche problematico da un punto di vista sociale o occupazionale, perché molte delle professioni che un tempo servivano per fornire beni e servizi alla classe media, allo scomparire di quest’ultima, o non esistono più o quantomeno non garantiscono più un reddito dignitoso a chi le vuole praticare, e sono pertanto destinate a scomparire.
Pertanto, la scomparsa dei lavori di cui parlano gli studiosi di Oxford, non è solo il frutto della digitalizzazione, dell’informatizzazione, e dell’automazione. Ma è anche il frutto dell’interazione di tre con-cause: il progresso tecnologico/informatico; il tramonto della classe media nel mondo occidentale con tutte le implicazioni economiche, politiche e sociale che questo tramonto comporta; ed, infine, il tramonto dello stesso Occidente o meglio il tramonto dell’Europa.
Poche albe, e molti tramonti
L’Europa è in declino per vari motivi. L’Europa ha perso il suo status dominante o egemonico sul piano geopolitico; sul piano demografico sta invecchiando ed è sotto l’azione di una forte pressione migratoria che potrebbe per molti versi snaturarla; e sul piano economico non riesce a mantenere un tasso di crescita lontanamente paragonabile a quello registrato in molti dei cosiddetti Paesi emergenti.
Il cuore dell’economia mondiale si è spostato o si sta spostando ad Oriente, e nei prossimi decenni, le economie delle più giovani e più dinamiche società orientali soppianteranno l’economia di un’Europa vecchia e bolsa. Per capire quanto importanti saranno, nel giro di qualche anno, le economie orientali, basta leggere gli scritti di Kishore Mabubhani, che già nel 2009 sottolineava come nel 2050 tre delle maggiori economie mondiali saranno in Asia. E se non si vuole credere a Mabubhani, che di queste cose se ne intende, basta guardare le proiezioni economiche che ci mostrano come negli ultimi anni le economie asiatiche, a differenza di quelle africane, siano cresciute non solo in termini assoluti, ma anche in termini relativi, cioè sono venute a rappresentare una porzione sempre più grande, e sempre più velocemente in crescita, del PIL mondiale. Pertanto, tenendo conto che l’Asia è in molte sue parti tecnologicamente avanzata, demograficamente giovane, estremamente dinamica o con la possibilità di arrivare a sfruttare, nel giro di pochi anni, un enorme mercato interno – Cina e India hanno da sole quasi tre miliardi di cittadini –, non è difficile ipotizzare che al declino dell’Europa nei prossimi anni faccia da contraltare un crescente successo dell’Asia.
Ma le criticità con cui deve fare i conti l’Europa (la trasformazione dell’ordine globale sia sul piano economico che su quello geo-politico, il declino del mondo-sistema incentrato sull’Occidente, e l’ascesa di un mondo-sistema in cui l’Asia, o qualche Paese asiatico, la Cina ad esempio, potrebbe avere uno status egemonico, per usare la terminologia mondo-sistemica di Immaneul Wallerstein e dei suoi epigoni), non bastano a render conto delle trasformazioni in atto. Oltre alle poche albe e ai molti tramonti discussi fin qui, si potrebbe aggiungere – se Wallerstein avesse ragione – , la madre di tutte le trasformazioni, e cioè la fine del capitalismo che per come lo conosciamo, è sempre stato un fenomeno fondamentalmente occidentale.
Wallerstein ritiene infatti che le crisi economiche degli ultimi anni (per intenderci quelle che si sono verificate dal 2008 in poi), siano semplicemente dovute al fatto che tutti i sistemi, tutti i cicli sistemici per quanto lunghi o duraturi, inevitabilmente siano destinati a finire. Di conseguenza egli ritiene che il capitalismo stia giungendo alla fine del suo ciclo—al termine del quale, dice Wallerstein, può emergere o un sistema democratico e egualitario, ispirato ai principi del socialismo, o può nascere invece un sistema gerarchico (e) di sfruttamento, simile al capitalismo, ma per molti versi peggiore[6].
Se Wallerstein abbia ragione o meno, è impossibile dirlo al momento. Gli studiosi mondo-sistemici, come quelli di estrazione marxista, da Marx in poi, hanno sempre vaticinato che il capitalismo fosse finito, spacciato, sul punto di essere spazzato. Lo stesso Wallerstein teorizzava l’inevitabile fine del capitalismo in alcuni suoi saggi del 1974[7]. Invece, il capitalismo è sopravvissuto ai moti del 1848, che tanto avevano entusiasmato Marx, all’unificazione di Germania e Italia, alle due guerre mondiali, alla marginalizzazione dell’Europa, alla Guerra Fredda, all’ordine globale bipolare, ai regimi comunisti e così via. E’ dunque difficile dire se ai motivi di criticità discussi qui, si debba anche aggiungere o meno la crisi del capitalismo, come Wallerstein e i suoi epigoni suggeriscono.[8]
A prescindere dal fatto che le criticità siano solo tre (digitalizzazione, declino dell’Europa, declino della classe media) e non quattro, quali prospettive ci sono?
Quali prospettive?
Le soluzioni, o gli scenari, sembrano essere sostanzialmente due.
Nel primo scenario, le poche corporazioni internazionali che fanno guadagni esorbitanti, utilizzerebbero parte dei loro profitti per compensare chi non riesce ad entrare o a rimanere nel mercato del lavoro, e a trovare nel proprio lavoro una fonte di sostentamento.
Si tratta, ad avviso di chi scrive, di uno scenario poco probabile, per almeno due motivi. Se la digitalizzazione, l’automatizzazione e l’informatizzazione eliminassero tutti i lavori, e se miliardi di disoccupati fossero costretti a vivere di quel poco che viene passato loro dalle corporazioni, non avrebbero certo possibilità di risparmiare, investire o consumare. Pertanto, al calo dei consumi, i favolosi profitti delle corporazioni internazionali verrebbero a contrarsi, queste non sarebbero più in grado di compensare i bisognosi e gli indigenti, e ciò potrebbe spingere le masse dei diseredati a fare contro le corporazioni quello che Marx pensava che la classe operaia avrebbe dovuto fare contro un capitale che la sfruttava. Il proletariato, per usare un termine caro a Marx, non si ribellerebbe quindi contro l’alienazione da troppo lavoro, ma contro l’alienazione causata dall’assenza di lavoro. Un tale scenario confermerebbe quanto si diceva prima, e cioè che i Marxisti vedono il problema, ma ne fraintendono le cause. E nel caso specifico, come i marxisti intelligenti hanno poi finito con l’ammettere, Marx e tanti dei suoi epigoni non avevano capito quanto importante fosse il lavoro per l’individuo.
Il secondo scenario, ad avviso dello scrivente più plausibile, è che il sistema educativo, la scuola, e l’università debbano rivedere la loro offerta formativa per permettere a chi, temporaneamente, esce dal mercato del lavoro, di acquisire le competenze e le conoscenze necessarie per rientrare nel mercato del lavoro.
Si tratta di uno scenario più probabile perché, per certi versi, si sta già realizzando. Molte università offrono già corsi esecutivi, in cui studenti adulti possono acquisire in pochi giorni le competenze di cui pensavano di avere bisogno. Molte università già offrono i corsi nei weekend o di sera per permettere a chi lavora di continuare l’apprendimento senza dover abbandonare la propria occupazione. Molte università, infine, offrono già corsi online, per permettere agli studenti di andare a lezione letteralmente quando vogliono, come vogliono e quanto a lungo vogliono.
Ad avviso di chi scrive, l’unico problema di questo secondo scenario è che mentre questo orientamento dell’insegnamento e dell’apprendimento verso la pratica può funzionare bene per discipline professionali, quali medicina o giurisprudenza, – perché alla fine gli studenti devono apprendere gli strumenti del mestiere e diventare bravi dottori e bravi avvocati, – potrebbe funzionare meno bene per le discipline diciamo così culturali che insegnano allo studente, oltre a nozioni più o meno importanti, anche ad usare criticamente l’intelligenza.
E se l’università, per adeguarsi ad un mondo iper-pragmatico e super-tecnologico, smettesse di insegnare a pensare criticamente, finirebbe col portare l’Europa all’oblio di sé.
Riferimenti bibliografici
Calabrese, Omar. Mille di questi anni. Bari. Laterza, 1991.
Carothers, Thomas. “The end of the transition paradigm.” Journal of democracy 13.1 (2002): 5-21.
Diamond, Larry Jay. “Is the third wave over?.” Journal of democracy 7.3 (1996): 20-37.
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Fukuyama, Francis. “The end of history?.” The national interest 16 (1989): 3-18.
Fukuyama, Francis. Our posthuman future: Consequences of the biotechnology revolution. Farrar, Straus and Giroux, 2003.
Fukuyama, Francis. “The Future of History: Can Liberal Democracy Survive the Decline of the Middle Class?.” Foreign Affairs (2012): 53-61.
Huntington, Samuel P. “The clash of civilizations?.” Foreign affairs (1993): 22-49.
Huntington, Samuel P. The third wave: Democratization in the late twentieth century. Vol. 4. University of Oklahoma press, 1993.
Mahbubani. Kishore. “The New Asian Hemisphere: The Irresistible Shift of Global Power to the East.” New York, NY: Public Affairs (2008).
Schouten, Peer. “Theory talk# 13: Immanuel Wallerstein on world-systems, the imminent end of capitalism and unifying social science.” Theory Talks (2008): 1-7.
Wallerstein, Immanuel. “The rise and future demise of the world capitalist system: Concepts for comparative analysis.” Comparative studies in society and history 16.4 (1974): 387-415.
Wallerstein, Immanuel. “The end of what modernity?.” Theory and society24.4 (1995): 471-488.
Wallerstein, Immanuel Maurice. The end of the world as we know it: Social science for the twenty-first century. University of Minnesota Press, 1999.
[1] Francis Fukuyama, The end of history and the last man, Avon book, New York, 1992. (trad. it. Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992).
[2] Francis Fukuyama, “The end of history?.” The national interest 16 (1989), pp. 3-18.
[3] Cfr. Larry Diamond, Developing democracy: Toward consolidation. Baltimore, JHU Press, 1999.
[4] Thomas Carothers. “The end of the transition paradigm.” Journal of democracy 13.1 (2002), p. 9.
[5] Larry Jay Diamond, “Is the third wave over?.” Journal of democracy 7.3 (1996) pp. 20-37.
[6] Peer Schouten,”Theory talk# 13: Immanuel Wallerstein on world-systems, the imminent end of capitalism and unifying social science.” Theory Talks (2008): 1-7.
[7] Immanuel Wallerstein,”The rise and future demise of the world capitalist system: Concepts for comparative analysis.” Comparative studies in society and history 16.4 (1974): 387-415.
[8] Omar Calabrese dedicò un bellissimo volume alle ossessioni millenariste, ossessionate dalla attesa di una fine imminente. Un’ossessione millenarista la si ritrova in vari studiosi che, come Fukuyama, vogliono senza troppe ambizioni far finire la storia, o il capitalismo (Wallerstein, 1974), o la modernità (Wallerstein, 1995) o il mondo come lo conosciamo (Wallerstein, 1999).













