Un costo silenzioso ma devastante, che pesa come un macigno sulle spalle delle piccole imprese. Secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della CGIA, la burocrazia drena ogni anno 80 miliardi di euro al tessuto imprenditoriale italiano. Di questi, almeno 10 miliardi gravano sulle PMI del Veneto.
“Un nemico invisibile che schiaccia soprattutto le microimprese”, denunciano dalla CGIA, tra moduli, timbri e file agli sportelli che paralizzano il tempo e l’energia degli imprenditori. Il paradosso è evidente: anche in una regione come il Veneto, dove sanità, università e sicurezza rappresentano esempi virtuosi, la macchina amministrativa continua a rallentare lo sviluppo economico.
Numeri impietosi anche a livello europeo. La Banca Europea degli Investimenti rivela che il 90% delle imprese italiane impiega personale per far fronte agli adempimenti normativi. Una percentuale più alta che in Francia (87%), Germania (84%) e Spagna (82%). Ma il dato che allarma di più è un altro: in Italia il 24% delle aziende impiega oltre il 10% del personale per gestire la burocrazia. Una distorsione che toglie risorse alla produzione, all’innovazione, al lavoro.
Un piccolo segnale positivo arriva dal Parlamento: è in via di approvazione un disegno di legge per l’abrogazione di 30.700 norme risalenti al periodo 1861-1946, con l’obiettivo di tagliare il 28% delle disposizioni oggi in vigore. “Speriamo che i tempi non siano biblici”, commentano gli osservatori.
Intanto, secondo l’Università di Göteborg, la qualità istituzionale della PA nelle regioni italiane lascia a desiderare: il Veneto è al 130° posto su 210 regioni europee, superato solo da Friuli Venezia Giulia, Trento, Liguria e Bolzano. In coda alla classifica, le regioni del Sud: Sicilia (208°), Molise (207°), Calabria (197°).
Serve una svolta. E serve in fretta. Perché mentre si parla di transizione digitale e semplificazione, le imprese continuano a combattere contro carte, procedure e ritardi. E a rimetterci sono tutti: lavoratori, territori e cittadini.













