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Pensioni 2026, la denuncia dello Spi Cgil Verona: “Aumenti da pochi euro, tutto il resto se lo prende il fisco”

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Adriano Filice


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È una vera doccia fredda quella che attende pensionate e pensionati nel 2026. Le rivalutazioni previste dal Ministero dell’Economia – appena l’1,4% a partire dal 1° gennaio 2026 – si traducono infatti in incrementi mensili di poche manciate di euro, mentre la pressione fiscale continua a erodere il potere d’acquisto.

Il segretario generale dello Spi Cgil Verona, Adriano Filice, parla senza mezzi termini: “La Legge di Bilancio produce un nuovo e pesante arretramento delle condizioni di vita di milioni di pensionati. La perequazione insufficiente e un taglio delle tasse inefficace attivano ancora una volta il drenaggio fiscale”.

Rivalutazioni microscopiche: gli aumenti 2026

Secondo i dati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale del 28 novembre e forniti dallo Spi Cgil, l’adeguamento all’inflazione sarà minimo e spesso riassorbito dal fisco.

Esempi concreti

  • Pensione minima
    Da 616,67 € del 2025 a 619,80 € nel 2026: +3,13 € netti al mese.
  • Pensione da 1.000 € lordi
    Incremento lordo: +14 €
    Aumento netto: +9,88 € (senza contare addizionali regionali e comunali).
  • Pensione da 1.500 € lordi
    Aumento netto: +14,82 € mensili.
  • Pensione da 2.400 € lordi
    Incremento netto: +26,37 € mensili.
  • Pensioni oltre i 2.800 € lordi
    Il taglio dell’aliquota Irpef dal 35% al 33% non compensa il drenaggio fiscale.
    Solo chi percepisce oltre 3.200 € lordi mensili avrà un beneficio reale di pochi euro in più rispetto alla rivalutazione.

“Una quota non trascurabile dell’adeguamento viene assorbita dal fisco, trasformando la perequazione in un meccanismo utile soprattutto al recupero del gettito fiscale”, denuncia Filice.

Preoccupante anche la tendenza delle aliquote medie effettive, che aumentano proprio per le fasce di reddito più basse.

2022-2026: un quarto degli aumenti mangiato dalle tasse

Nel quadriennio 2022-2026 le pensioni sono state rivalutate del 16,46%, pari all’inflazione Istat del periodo.

Ma il recupero reale è ben diverso:

  • Pensioni tra 800 e 1.000 € lordi: aumento reale 12,27%-12,93%
    un quarto dell’adeguamento perso con il drenaggio fiscale.
  • Pensioni da 1.500-2.000 € lordi: aumento reale poco sotto il 15%.

Per lo Spi Cgil è l’ennesima conferma che il potere d’acquisto è eroso da anni da un sistema che non tutela i redditi fissi.

La posizione dello Spi Cgil Verona

“È ormai evidente che l’attuale impostazione fiscale, basata quasi esclusivamente su lavoratori dipendenti e pensionati, è insufficiente e ingiusta”, sostiene Filice, chiedendo un riequilibrio strutturale:

  • maggiore peso fiscale su grandi patrimoni,
  • tassazione più incisiva su rendite finanziarie,
  • contributo equo da extraprofitti e capitali accumulati.

Lo Spi Cgil rivendica una riforma fiscale progressiva e più equa, capace di distribuire il carico fiscale su chi oggi contribuisce meno e di proteggere le fasce più fragili.



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