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Focus: “Riforme? Si, ma bene” (Prof. Riccardo Pelizzo)

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Riccardo Pelizzo


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Chi studia i sistemi elettorali sa che questi possono essere suddivisi in tre gruppi fondamentali: ci sono i sistemi proporzionali che distribuiscono i seggi parlamentari in proporzione ai voti che i rispettivi ricevono; ci sono i sistemi maggioritari che a differenza di quelli proporzionali vengono utilizzati solo in collegi uninominali; e ci sono poi i sistemi misti come quelli disegnati dalle leggi 276/93 e 277/93 meglio note come il Mattarellum.

Le formule elettorali servono a tradurre i voti in seggi, i sistemi proporzionali tendono a garantire una maggiore rappresentatività, quelli maggioritari garantiscono, sempre in genere, una governabilità perché mentre i primi non sono in grado, salvo utilizzare delle soglie di sbarramento, di evitare la frammentazione partitica, i sistemi maggioritari nel corso del tempo riducono la frammentazione e possono portare alla comparsa di un sistema propriamente bi-partitico o così dice la cosiddetta legge di Duverger.

Le leggi elettorali influiscono sulla composizione del parlamento e sulla governabilità non solo perché hanno effetti meccanici – nei sistemi uninominali solo il partito che riceve più voti vince un seggio – ma anche psicologici visto che possono indurre a votare, a seconda dei casi, in maniera sincera o in maniera strategica.

Nel Corso della Prima Repubblica (1948-1992) si utilizzò sempre, ad eccezione delle elezioni del 1953 fatte con la cosiddetta Legge Truffa subito abrogata, la stessa legge elettorale.

Con la fine della Prima Repubblica si sono adottate quattro leggi elettorali diverse. Nel 1993 si adottò il cosiddetto Mattarellum, utilizzato nelle elezioni del 1994, 1996, e 2001; si passò quindi, nel 2005, al cosiddetto Porcellum che fu utilizzato nelle elezioni del 2006, 2008 e 2013 e fu dichiarato poi parzialmente incostituzionale; si adottò nel 2015 il cosiddetto Italicum che pur essendo, a detta di alcuni esperti di riforme elettorali, un po’ meglio rispetto al Porcellum non fu mai utilizzato; per adottare nel 2017 il cosiddetto Rosatellum che è stato utilizzato nelle ultime due tornare elettorali.

Oggi il governo o, meglio, alcuni partiti nella compagine governativa spingono per una riforma del Rosatellum e, da quanto si capisce, si vorrebbe introdurre un premio di maggioranza e una soglia di sbarramento.

Quel che i propugnatori di questa ultima riforma elettorale, come delle quattro precedenti, sembrano ignorare è che la cosa importante non è fare le riforme, ma farle bene sia in termini procedurali, che di contenuto che di risultato.

Proceduralmente una riforma ben fatta non è mai fatta da una parte, le riforme delle regole del gioco, delle regole istituzionali, non possono e non devono essere fatte da una sola parte politica e non vanno fatte come risultato di un calcolo politico di breve durata. Non vanno fatte per contenere o eliminare una possibile minaccia elettorale. Come contenuto devono essere fatte con criterio onde evitare non solo i possibili vizi di costituzionalità ma anche piccole aberrazioni come le cosiddette liste civetta (risultato non preventivato dai fautori del Mattarellum). Come risultato devono garantire rappresentanza e governabilità e devono durare nel tempo.

Un sistema elettorale deve essere utilizzato almeno in tre elezioni consecutive per mostrare gli effetti che può produrre e a forza di cambiare sistema elettorale si fa perdere ai cittadini la speranza che il sistema politica possa riformarsi e funzionare meglio.

 

Riccardo Pelizzo
Professore e Acting Dean, Graduate School of Public Policy, Nazarbayev University



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