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Quando la violenza si traveste da protesta

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C’è un punto oltre il quale le parole smettono di essere sufficienti e resta solo il dovere di chiamare le cose con il loro nome. Le immagini dell’aggressione all’agente Alessandro Calista parlano chiaro: un uomo solo, a terra, accerchiato e colpito con ferocia da un gruppo organizzato di incappucciati. Calci, pugni, martelli. Non un eccesso, non una “tensione”, non uno scontro. Un linciaggio.

Chi prova ancora a definirlo dissenso mente sapendo di mentire. Chi lo giustifica, lo minimizza o lo romanticizza come conflitto sociale compie un atto di complicità morale. Qui non c’è nulla di pacifico, nulla di ideale, nulla di democratico. C’è solo violenza politica esercitata contro lo Stato attraverso il suo bersaglio più esposto: un agente che sta facendo il proprio lavoro.

Da anni lo schema è sempre lo stesso. Gruppi antagonisti di sinistra si presentano nelle piazze con slogan altisonanti su diritti e libertà, ma agiscono con metodi da guerriglia urbana: devastazioni, bombe carta, lanci di pietre, aggressioni mirate. La maschera ideologica serve solo a coprire pratiche che non hanno nulla a che vedere con il confronto democratico. Pestare un uomo a terra non è protesta. Colpire un poliziotto con un martello non è militanza. È terrorismo.

Gli scontri di Torino non nascono dal nulla: nascono dal fatto che lo Stato ha fatto lo Stato, esercitando il suo diritto-dovere di far rispettare la legge. Un principio elementare, che dovrebbe unire tutti i cittadini al di là delle idee politiche. E invece, nel 2026, c’è ancora chi risponde alle regole comuni con la violenza organizzata, trasformando le città in teatri di intimidazione.

C’è un paradosso intollerabile in tutto questo: chi dice di difendere i diritti nega, con i fatti, il più fondamentale di tutti, quello alla sicurezza e alla vita. Non solo degli agenti in divisa, ma dell’intera collettività. Perché uno Stato che arretra di fronte alla violenza politica manda un messaggio pericoloso: che colpire conviene, che intimidire paga.

L’aggressione ad Alessandro Calista non è un episodio isolato. Oltre cento agenti feriti in una sola giornata non sono una statistica neutra: sono il segnale di una deriva che si sta consolidando. E di fronte a questa deriva non bastano più le dichiarazioni di solidarietà, doverose ma insufficienti. Serve una linea chiara, netta, senza ambiguità.

La violenza politica non è dissenso. È criminalità. Chi sceglie la strada delle spranghe ha già rinunciato al confronto. Chi colpisce un poliziotto a terra non difende alcuna causa: la distrugge. E uno Stato che non tutela fino in fondo chi lo difende, rischia di perdere non solo autorevolezza, ma anche il controllo del proprio futuro.



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