Alla Fondazione Bentegodi va in scena l’ennesima pagina surreale della politica sportiva veronese. Dopo l’annuncio congiunto delle dimissioni del presidente Giorgio Pasetto e del vicepresidente Francesco Todeschini, e dopo le parole durissime pronunciate in commissione contro la sede di via Trainotti – definita “obsoleta, insufficiente, inadeguata e in alcuni casi potenzialmente pericolosa” – ci si sarebbe aspettati una presa di posizione compatta. Invece no.
Perché, mentre Pasetto ha confermato il suo passo indietro con un atto che ha definito di “responsabilità”, il suo vice ha improvvisamente cambiato idea. Un dietrofront clamoroso, che lascia il presidente dimissionario solo, abbandonato da quello che fino al giorno prima era il suo primo collaboratore.
Il repentino ripensamento di Todeschini
Il movimento Traguardi annuncia con toni trionfali che Francesco Todeschini non presenterà più le dimissioni. Le motivazioni, a sentir loro, sarebbero nobili: l’impegno dell’Amministrazione, il dialogo costruttivo, la fiducia nel percorso insieme al Comune. Una narrativa impeccabile, certo. Ma che non cancella un fatto: il vicepresidente ha fatto marcia indietro dopo aver annunciato il contrario.
Cosa sia successo nelle ultime ore resta un mistero. Quale miraggio abbia convinto Todeschini a rimanere, quale promessa sia stata sussurrata nei corridoi di Palazzo Barbieri, quali nuovi scenari abbiano improvvisamente reso più confortevole la sua permanenza in Fondazione… questo non è dato sapere.
Ma il tempismo parla da solo.
Mentre Pasetto si assume l’onere della rottura, Todeschini salva la poltrona. E rilancia, addirittura.
Dal “siamo inadeguati” al “il rapporto è solido”: l’acrobazia politica
Solo poche ore prima, in commissione, Pasetto aveva lanciato un allarme netto: l’attuale sede “rende praticamente impossibile immaginare un futuro sostenibile”. Aveva proposto una permuta immobiliare, un cronoprogramma pubblico, una scelta chiara della politica. Non avendo ottenuto risposte dalla giunta Tommasi, ha tratto le conseguenze.
E Todeschini?
Invece di condividere l’atto di coerenza del suo presidente, vira improvvisamente verso una narrazione idilliaca:
“Il rapporto di fiducia e collaborazione con la maggioranza comunale non si è incrinato. Al contrario, prosegue in modo costruttivo”.
In poche ore, la linea dura è evaporata. Il vicepresidente, che fino a ieri denunciava la situazione insieme al presidente, oggi parla di dialogo, fiducia, convergenza, pazienza, burocrazia, “obiettivi comuni”. Tutto d’un tratto, ciò che appariva insostenibile è tornato gestibile. Magie della politica.
La Fondazione rimane senza guida politica unitaria
E mentre Pasetto, rimasto solo, lascia con un discorso che fotografa tutta la criticità della situazione, Todeschini sceglie di restare per “continuare il lavoro”. Quale lavoro, in una sede che fino a ieri veniva definita “inadeguata e pericolosa”, non è chiaro.
Di certo, il suo gesto rompe l’unità interna della Fondazione.
La posizione dell’ente diventa ora ambigua: da un lato un presidente che denuncia e lascia, dall’altro un vicepresidente che resta e minimizza.
Un copione che la città ha visto molte volte: quando c’è da scegliere tra coerenza e comodità, a Verona troppo spesso vince la seconda.
Traguardi applaude, ma il problema resta
Il movimento Traguardi corre in soccorso del suo vicepresidente, parlando di “impegno serio” e “priorità assoluta” per una nuova sede.
La stessa capogruppo Beatrice Verzè ammette che una soluzione “non può comparire per magia”.
E infatti, dicono gli scettici, nemmeno le dimissioni annunciate durano abbastanza da arrivare al giorno dopo.
Il verdetto politico
La scena è chiara:
- Pasetto denuncia, protesta e lascia.
- Todeschini tenta di lasciare, poi resta.
- La Fondazione si ritrova a metà del guado, senza una linea comune.
E Verona?
Assiste all’ennesima giravolta, a un esempio lampante di politica che guarda più alle dinamiche interne che ai bisogni reali di atleti, famiglie e società sportive.
La città meritava chiarezza.
Ha avuto, invece, l’ennesimo gioco di equilibri. E un vicepresidente che, al momento di decidere, ha scelto la via più comoda.













