La provincia di Verona si allinea al risultato regionale: il nuovo governatore Alberto Stefaniincassa un consenso larghissimo, superando il 69% dei voti, mentre il candidato del centrosinistra Giovanni Manildo si ferma al 26%. Un risultato che ribadisce la centralità del centrodestra nel Veronese, ma che mette in luce un dato politico trasversale: la partecipazione crolla. In provincia ha votato il 44,76% degli aventi diritto, quasi 17 punti in meno rispetto al 2020.
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Verona città: equilibrio nel centrodestra, centrosinistra più competitivo
All’interno del comune di Verona il quadro cambia sensibilmente. La distanza tra i candidati governatori diminuisce, pur rimanendo importante, con Stefani al 58% e Manildo al 37%.
Ma è a livello di partiti che lo scenario muta drasticamente: la Lega scende al 24,1%, molto lontana dal dato provinciale (34,7%) e da quello regionale (36%). Fratelli d’Italia, invece, sfiora la Lega con il 20,1%, mostrando un radicamento urbano più marcato.
Sul fronte opposto, exploit del Partito Democratico che nel capoluogo supera il 22%, segnalando che nell’area urbana il centrosinistra rimane competitivo, a differenza della provincia, dove il PD si ferma al 16,1%, un dato in linea con quello regionale (16,6%).
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La provincia resta un fortino della Lega
Nei comuni scaligeri l’impianto politico tradizionale non cambia: la Lega domina con il 34,7%, distanziando nettamente FdI, che si attesta al 21,8%, e Forza Italia, che con il 10,1% trova in Verona una delle sue migliori performance venete.
Questa dinamica conferma che, fuori città, l’elettorato di centrodestra resta più compatto e più orientato sulla componente storica del Carroccio. Nel comune capoluogo, invece, il centrodestra mantiene la maggioranza, ma con un equilibrio interno più incerto.
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Il confronto con il 2020 e il “fattore Zaia”
Cinque anni fa, spinto dall’effetto trascinante di Luca Zaia, il centrodestra aveva raggiunto percentuali eccezionali, con una partecipazione che sfiorava il 62%. Oggi la coalizione resta nettamente maggioritaria, ma il consenso è meno “plebiscitario” e più distribuito tra i partiti.
La fine dell’“eccezione Zaia” si traduce in:
• una Lega che torna primo partito ma cala sensibilmente nei centri urbani;
• un centrosinistra più competitivo nella città capoluogo;
• una partecipazione che segna un minimo storico e diventa il vero tema politico dell’intera tornata elettorale.
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Cosa ci dice il voto veronese
Il Veronese consegna a Stefani una maggioranza solidissima, ma evidenzia un Veneto a due velocità:
• una provincia omogeneamente orientata al centrodestra;
• un capoluogo dove gli equilibri politici sono più mobili e il centrosinistra riesce a competere.
In entrambi i casi, però, la soglia di elettori che ha scelto di non partecipare supera di gran lunga quella dei principali schieramenti. E questo, per chi governerà, sarà il primo tema da affrontare.


















