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Regionali Veneto 2025, il dopo-Zaia è firmato Stefani: centrodestra saldo, crolla l’affluenza e la Lega torna primo partito

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Il Veneto ha scelto il dopo Luca Zaia: il nuovo presidente della Regione è il leghista Alberto Stefani, candidato del centrodestra, che vince nettamente la sfida a cinque per Palazzo Balbi. Ma la fotografia che esce dalle urne è a doppia lettura: da un lato la conferma del dominio del blocco conservatore, dall’altro un crollo dell’affluenza che segna un netto arretramento della partecipazione rispetto a cinque anni fa.

I risultati dei candidati presidenti

A scrutinio sostanzialmente completato, il quadro dei consensi per i candidati alla presidenza del Veneto è il seguente:  

Alberto Stefani (centrodestra) circa 64% dei voti

Giovanni Manildo (centrosinistra) intorno al 29%

Riccardo Szumski (Resistere Veneto) sopra il 5%

Marco Rizzo (Democrazia Sovrana Popolare) circa 1%

Fabio Bui (Popolari per il Veneto) intorno allo 0,5%

Il risultato non è solo una vittoria larga del centrodestra, ma anche la conferma che il Veneto resta una delle sue roccaforti nazionali, pur con numeri meno “plebiscitari” rispetto all’era Zaia. Nel suo primo messaggio dopo il voto, Stefani ha ribadito l’impronta che intende dare al mandato: “Avrò occhi e cuore solo per il Veneto”.* *

Dall’altra parte Manildo, pur sconfitto, rivendica il risultato come un progresso del centrosinistra in terra tradizionalmente ostica: “Siamo sopra il 30%, un risultato storico in Veneto”

I partiti: Lega davanti a FdI, PD terzo

Sul fronte delle liste, i numeri delle regionali ridisegnano gli equilibri interni ai poli. Secondo i dati diffusi da Sky TG24, lo scenario regionale vede:  

Lega primo partito con circa 36%

Fratelli d’Italia intorno al 18,7%

Partito Democratico al 16,6%

Forza Italia circa 6,4%

Alleanza Verdi e Sinistra intorno al 4,6%

Movimento 5 Stelle poco sopra il 2%

La coalizione di centrodestra resta ampiamente maggioritaria, ma rispetto al 2020 cambia la geografia del consenso: allora la vera forza trainante era la lista “Zaia Presidente” (oltre il 44%), con una Lega più defilata al 16,9% e Fratelli d’Italia al 9,5%. Oggi, senza il “marchio Zaia” sulla scheda, è la Lega a tornare baricentro del blocco, praticamente raddoppiando FdI e confermandosi partito egemone in Veneto. 

Per il PD, il dato di lista (intorno al 16–17%) è più robusto rispetto ai numeri di cinque anni fa, ma non sufficiente, da solo, a rendere competitiva la candidatura di Manildo contro un centrodestra compatto. Il M5S rimane marginale, confermando la difficoltà strutturale a sfondare nel contesto politico veneto.

Affluenza: meno di un veneto su due al voto

Il dato più clamoroso di queste regionali è però quello della partecipazione. L’affluenza definitiva si ferma al 44,64% degli aventi diritto: significa che più di un elettore su due è rimasto a casa

Il confronto con il 2020 è impietoso: allora, in piena pandemia e con il “fattore Zaia” al massimo, alle urne si recò circa il 61,1% dei veneti.  La differenza è di oltre 16 punti percentuali: un vero e proprio crollo, che conferma il trend dell’astensionismo come protagonista silenzioso delle consultazioni elettorali.

Provincia per provincia, i dati confermano un calo generalizzato: Padova resta quella con la partecipazione più alta (circa il 49%), mentre Belluno si ferma poco sopra il 35%. Verona, Venezia e Treviso si attestano attorno al 43–44%, tutte nettamente sotto i livelli di cinque anni fa. 

Cinque anni fa: l’era Zaia e il voto “eccezionale”

Per capire la portata del cambiamento basta guardare allo scenario 2020. In quell’occasione Luca Zaia fu rieletto presidente con un risultato record del 76,79%, mai visto prima per un governatore di Regione eletto direttamente.  La sua lista personale superò il 44% dei voti, cannibalizzando di fatto gli alleati e trasformando il voto in un referendum sul suo governo.

L’affluenza sopra il 61% venne letta anche come riconoscimento alla gestione della fase pandemica e come segnale di forte identificazione del corpo elettorale con la figura del presidente uscente. Il centrodestra appariva non solo dominante, ma quasi monolitico, strutturato attorno alla leadership personale di Zaia.

Cosa cambia nel 2025: continuità politica, ma consenso meno “plebiscitario”

Le regionali 2025 raccontano una storia diversa:

• Il centrodestra mantiene saldamente la guida del Veneto, ma con un presidente – Alberto Stefani – che vince in modo netto ma non “bulgaro” come il suo predecessore.

• Il baricentro del blocco si sposta esplicitamente sul partito, la Lega, che torna primo per voti di lista e si gioca dentro la coalizione quel “derby del Nord” con Fratelli d’Italia che aveva dominato il dibattito politico pre-elettorale. 

• Il centrosinistra, pur lontano dal governo regionale, registra un risultato meno marginale rispetto al passato, superando la soglia psicologica del 30% con Manildo e consolidando il PD come secondo partito, davanti a FdI, nei principali centri urbani.

Sul fondo, resta però il macigno dell’astensionismo: un presidente eletto con un consenso molto alto sui voti validi, ma espressione di una partecipazione reale ben più ridotta rispetto a quella che incoronò Zaia nel 2020. Un elemento che, per chi governerà il Veneto nei prossimi cinque anni, si traduce in una sfida politica e istituzionale: riconnettere una parte significativa di cittadini che oggi non si sente rappresentata né motivata a recarsi alle urne.

Il messaggio politico dal Veneto

Il segnale che arriva dal Veneto è duplice:

1. Stabilità del blocco di governo regionale: il Veneto resta saldamente nel perimetro del centrodestra, che conferma la propria capacità di tenuta anche in una fase nazionale complessa.

2. Trasformazione del rapporto tra cittadini e politica: la caduta dell’affluenza e il passaggio da un consenso “personale” a uno più “di partito” raccontano un elettorato meno coinvolto emotivamente e più distante dalla dimensione regionale, nonostante il peso delle competenze che le Regioni esercitano su sanità, trasporti e territorio.

Il Veneto del dopo-Zaia è quindi, al tempo stesso, continuista nei colori politici e diversonelle dinamiche del consenso: governato da Alberto Stefani, con una Lega di nuovo in testa, ma chiamato a fare i conti con un dato di partecipazione che manda un messaggio chiaro a tutti i partiti, di maggioranza e opposizione.



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