Una frase che fa gelare il sangue. E che, anche se non accompagnata da violenza fisica, ha avuto un impatto forte: «Se non sistemi la situazione, stasera non torni a casa».
È quanto si sarebbe sentita dire una docente di una scuola superiore di Verona, al telefono, dalla madre di un ragazzo appena bocciato. Una minaccia vera e propria, che ha spinto l’insegnante a rivolgersi ai Carabinieri per denunciare l’accaduto.
Il fatto è avvenuto nei giorni scorsi. Dopo aver contattato i genitori per comunicare la non ammissione dello studente alla classe successiva – decisione presa dal Consiglio di classe – la prof si è trovata a fronteggiare prima una reazione verbale molto aggressiva, poi un confronto diretto a scuola, definito “ostile”.
«Non sono solita spaventarmi. Ma dopo aver meditato a lungo sul da farsi, ho deciso di rivolgermi ai Carabinieri per tutelarmi e tutelare chi mi sta vicino», racconta la docente.
E dietro le sue parole c’è più che paura: c’è la consapevolezza che si tratti di un problema sempre più diffuso.
«A me non era mai capitata una circostanza simile, però questo non può essere definito un caso isolato», aggiunge.
La docente descrive un clima scolastico sempre più difficile, dove troppo spesso a venire messi in discussione non sono solo i voti, ma l’autorità stessa degli insegnanti.
«Nelle scuole si assiste ad avvenimenti ai limiti del surreale in cui i protagonisti sono i genitori, che mettono in discussione l’autorità scolastica e le competenze dei docenti e prendono le parti dei figli anche di fronte all’evidenza, alle insufficienze dovute alla mancanza d’impegno o ai rimproveri dettati da comportamenti irrispettosi dell’alunno nei confronti degli insegnanti o della classe. Qualsiasi cosa accada è sempre colpa del docente. E questo, nonostante gli sforzi quotidiani degli istituti nell’affiancare i ragazzi e aiutarli per qualunque tipo di difficoltà, anche offrendo loro numerose possibilità di migliorare il proprio rendimento scolastico».
Il suo sfogo è lucido, diretto, e lascia poco spazio a interpretazioni. Secondo la professoressa, la responsabilità della scuola viene sempre più negata:
«Se l’alunno non studia, per i genitori la colpa è del docente che “non sa stimolarlo“. Se uno studente torna a casa dicendo che il compito in classe era troppo difficile, la mamma o il papà non chiama per chiedere un chiarimento sul programma, ma per avvisarci: “vengo con il mio avvocato“. Cercano di trovare un colpevole altro. Noi insegnanti non siamo perfetti, ma la scuola non può essere considerata un capro espiatorio per tutto ciò che non va».
Pur evitando di fare di tutta l’erba un fascio, la docente sottolinea che questa tendenza si sta diffondendo sempre di più, specie dopo il Covid:
«Generalizzare non sarebbe possibile né corretto nei confronti della maggioranza delle famiglie che collabora attivamente con la scuola per il successo educativo dei ragazzi. Ma è indubbio che questa tendenza si stia verificando sempre più spesso negli ultimi anni e che la situazione sia peggiorata dopo la parentesi della pandemia».
Infine, la sua riflessione più amara riguarda il cambiamento radicale nei rapporti con le famiglie. Un tempo, racconta, i genitori chiedevano prima di tutto se il proprio figlio si comportava bene in classe. Ora, sembra conti solo il voto, spesso da impugnare.
«Io insegno dagli anni Novanta, e risale ad almeno vent’anni fa l’ultimo incontro con un genitore che mi abbia chiesto, oltre ai giudizi ottenuti da suo figlio nella mia materia, anche dell’atteggiamento mantenuto dal ragazzo in classe, se si comportasse secondo le regole e fosse rispettoso di tutti».
La scuola fa fatica oggi a essere riconosciuta come un’istituzione educativa, un tempo considerata pilastro della comunità.













