Milano – Verona, 30 novembre 2024 – Negli ultimi giorni, l’offerta pubblica di scambio (OPS) lanciata da UniCredit su Banco BPM ha suscitato un acceso dibattito nel mondo finanziario e politico. L’operazione, che sembrerebbe configurarsi come un naturale consolidamento nel panorama bancario europeo, cela in realtà un rischio profondo: l’indebolimento del sistema bancario italiano e, di conseguenza, delle comunità territoriali (privati e soprattutto imprese) che storicamente esso ha sostenuto.
UniCredit, la cui natura e proiezione sono ormai saldamente europee, genera oltre il 55% dei propri ricavi al di fuori dell’Italia. Questa sua vocazione internazionale si traduce ovviamente in una minore attenzione alle esigenze specifiche dei territori nazionali e locali. Banco BPM, al contrario, è un istituto fortemente radicato nel Nord Italia, con un focus particolare su Veneto e Lombardia, regioni che rappresentano il cuore pulsante del sistema produttivo italiano.
Questa diversità di missione e strategia è al centro delle preoccupazioni di molti osservatori. Banco BPM rappresenta oggi una delle ultime grandi banche “territoriali”, un punto di riferimento per le piccole e medie imprese, i lavoratori e le famiglie del Nord Italia. La sua fusione con UniCredit rischia di snaturare questo legame profondo con il territorio, trasferendo decisioni strategiche cruciali in mani più lontane e meno interessate alle specificità locali.
L’opzione per Banco BPM di incorporare Monte dei Paschi di Siena (altra banca tradizionalmente territoriale), nella quale Banco BPM è già al 9%, rappresenta un’opzione più coerente per rafforzare il sistema bancario nazionale. Una possibile integrazione tra Banco BPM e MPS permetterebbe di creare un polo bancario italiano solido e coeso, capace di rispondere meglio alle esigenze del Paese. Al contrario, l’operazione con UniCredit sembra orientata più al consolidamento di quest’ultima come player globale, a scapito di un equilibrio finanziario interno.
Le ripercussioni di questa operazione potrebbero essere significative. La dismissione degli asset locali, la riduzione delle filiali e dei servizi, e la possibile perdita di autonomia decisionale a livello regionale, rischiano di lasciare scoperti i bisogni finanziari di imprese e cittadini del Nord Italia, senza tacere le migliaia di esuberi che ne deriverebbero. In un contesto economico già segnato da incertezze globali, questa perdita di prossimità potrebbe compromettere ulteriormente la competitività di una delle aree più produttive del Paese.
Inoltre, si tratta di una questione di sovranità economica. La fusione consoliderebbe UniCredit come un soggetto sempre meno italiano, riducendo la capacità del sistema bancario nazionale di agire come strumento di politica economica interna.
La vicenda chiama all’appello il Governo, che potrebbe utilizzare lo strumento del Golden Power, ossia la facoltà attraverso la quale la presidenza del Consiglio può di fatto condizionare o addirittura vietare un’operazione di mercato nel caso in cui questa riguardi beni o strutture che si considerano strategici per la sicurezza nazionale. Altri governi europei l’hanno utilizzata, in vicende del tutto simili. Vale la pena che gli attori politici facciano sul punto una profonda riflessione.
In un momento storico particolarmente delicato, sarebbe opportuno riflettere se la strada tracciata da UniCredit nei confronti di Banco BPM vada davvero nella direzione di un rafforzamento del sistema bancario italiano o se, invece, ne decreti un impoverimento con perdita di identità. Le comunità ed i lavoratori meritano una risposta chiara e concreta.
Canis Grandis de la Scala


















