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Divide et impera, ecco perché il “metodo Tommasi” non ha funzionato a Roma

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Il risultato di queste elezioni è tutto fuorché inaspettato. La vittoria del centrodestra, anzi di Fratelli d’Italia, non è stata costruita in appena due mesi, ma in 10 anni, con Giorgia Meloni che, nelle ultime fasi della campagna elettorale, è stata in grado di costruirsi un nuovo abito più istituzionale e conciliante, lontano quanto basta dalle urla della piazza e dalle posizioni più estremiste e contradditorie del suo partito. La leader di Fdi è stata in grado di portare il partito dal 4% del 2018 al 26% del 2022, un risultato che la rende di fatto il riferimento della destra italiana.

Stando agli accordi di coalizione sarà quindi lei a guidare il nuovo governo di centrodestra, la prima premier donna che l’Italia abbia avuto. Ma anche all’interno della destra oggi non tutti possono festeggiare. Un Berlusconi redivivo e per molti dato per spacciato riesce a portare a casa un discreto 8%, quasi come la Lega che invece continua a sprofondare in un baratro dal quale non sembra esserci ritorno.

“Il voto degli elettori va rispettato, perché, come diceva Rousseau nel suo contratto sociale, ‘il popolo ti delega a rappresentarlo, quando non lo rappresenti più ti toglie la delega’. È innegabile come il risultato ottenuto dalla Lega sia assolutamente deludente, e non ci possiamo omologare a questo trovando semplici giustificazioni”, dice il presidente del Veneto Luca Zaia, commentando l’esito del voto.

La sinistra, che ancora una volta si mostra incapace di armonizzare le correnti interne, correndo divisa regala una facile vittoria alla destra, anche perché con un sistema elettorale misto (maggioritario nei collegi uninominali e proporzionale nei collegi plurinominali) come quello attuale, vince chi va al voto unito, e in questo senso M5s e Azione/Italia Viva (terzo polo), hanno fatto il gioco delle destre. Conte compie un mezzo miracolo riuscendo a conquistare il 15%, un risultato forse da molti insperato, reso possibile grazie agli elettori del Meridione, dove il M5s ha riscosso un buon successo.

Una cosa è chiara, se per la corsa alle Comunali gli interessi da far collimare erano di un certo tipo e con gli avversari di un tempo si poteva trovare una quadra (soluzione politica che ha portato alla vittoria di Damiano Tommasi che ha sparigliato le destre divise), quando la sfida è nazionale la sinistra si mostra forse un po’ troppo arrogante e molte forze non sono in grado di fare un passo indietro, o di lato, per farne poi due in avanti, ma così non si resta fermi, peggio ancora, si viene schiacciati.

Il giorno dopo il voto però bisogna riflettere anche su un altro dato, quello dell’astensionismo, da tempo molto alto, fatto che tristemente ha smesso di stupirci. Sempre meno italiani vanno a votare e sempre di più si sono convinti che votare non serva a niente. Sono tanti sui social i commenti che dicono “se votare servisse a qualcosa non ce lo lascerebbero fare” ed è questo il più grave fallimento della politica italiana, aver perso l’aderenza con la realtà e così la fiducia dei cittadini.

Infine un’ultima considerazione su come il resto del mondo e l’Europa hanno letto questo risultato. Dalla Cnn a El Pais, la maggior parte dei media stranieri hanno raccontato l’ascesa di Giorgia Meloni mettendo il punto sulle parole “post fascismo”, “estrema destra” e “antieuropeismo”, solo per citarne alcune. Immagini che definiscono senza giri di parole come tanti vedano la leader del movimento. Forse però sono prospettive azzardate e non tengono conto del processo di “normalizzazione” che FdI ha attraversato in questi ultimi mesi. Che sia un lupo travestito da agnello o un cambiamento reale lo capiremo solo con il tempo.



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