La situazione delle fiere italiane internazionali prima della crisi pandemica era questa: i primi 3 player fieristici italiani (dati 2019) sono Fiera Milano 280 mln, quotata in borsa; Bolognafiere 196 mln; Italian Exibition Group (fiere di Rimini e Vicenza), fatturato consolidato di 179 milioni, quotata in borsa.
Veronafiere? Quarto posto, 106 milioni di euro di fatturato. Se poi puntiamo lo sguardo sull’ebitda dal 2016 al 2019 quello di Milano è cresciuto del 2.769 %, quello di Italian Exibitions Group (Vicenza-Rimini) del 41,9%, quello di Bolognafiere del 60,8%. Veronafiere non ha oltrepassato il 2,2%.
“Le previsioni di crescita dei Paesi maturi in ambito fieristico, prima del lockdown, erano buone. L’Italia no: aveva realisticamente fotografato una contrazione. Questi i dati: Usa al 51% dei ricavi fieristici mondiali, Germania al 9%, la Cina al’8%, Regno Unito al 7%. L’Italia? il 4% – a riportare i dati è Gianni Dal Moro, parlamentare del Pd -. È dentro questo 4% che va valutata, inquadrata, pensata e rilanciata l’attività di Veronafiere, accettando il dato di partenza che imponeva un cambio di passo prima di Covid 19″.
“L’azione decisa dal Governo Draghi e la caparbietà del Presidente delle Fiere Italiane nonché attuale Presidente della Fiera di Verona Maurizio Danese, hanno consentito di salvare la società apportando risorse e liquidità importanti per oltrepassare il tunnel imposto dalla pandemia – spiega -. Scampato il pericolo, appare alquanto preoccupante il desiderio di mettere le mani, adesso, sulla fiera di Verona da parte dei suoi azionisti e in principal modo da parte del Comune di Verona”.
“Due mesi prima delle elezioni si vorrebbe porre mano al vertice e al cda della Fiera, in esecuzione di accordi spartitori pre-elettorali fatti dall’attuale maggioranza di Palazzo Barbieri, frutti del compromesso per sostenere la ricandidatura del sindaco Sboarina – continua Dal Moro -. Non credo che tutto ciò corrisponda a saggezza e lungimiranza. Perché, prima della divisione della Gallia, occorre oggi guardare alla salute dell’Impero, che oggi a Verona si chiama: Fiera, Arena, cultura, turismo e servizi dove dipendiamo straordinariamente dalla esemplarità della risposta che la città e le sue principali istituzioni sapranno dare”.
“Che la Fiera sia partecipata dal Comune, vuol dire che deve rispondere agli interessi dei veronesi, non dei partiti – fa eco Pasetto di +Europa Azione -. È in quest’ottica che vanno criticati tutti i tentativi di metter ai vertici personaggi che siano espressione solo di spartizioni di potere”.
“Sboarina è inopportuno nella sua volontà di far nomine due mesi prima delle elezioni. Io dico chiaramente: giù le mani della politica della Fiera, una volta per tutte! – sottolinea Pasetto -. Invece di uomini-pedine dei partiti, servono manager competenti, come vorrebbero anche i soci finanziari come Fondazione Cariverona che da tempo spinge per un Amministratore Delegato. Il Governo Draghi punta sulle competenze e Verona deve cogliere l’occasione per uscire da provincialismo e lottizzazione di infimo livello. Questo vale per la Fiera, come per tutti gli asset strategici della città, dove la politica ha dimostrato di saper fare solo danni”.













