Per anni abbiamo accarezzato il sogno che il colosso svedese mettesse radici in terra scaligera. Lo ha già fatto vicino a noi a Padova e a Brescia. L’azienda scandinava ci teneva moltissimo a Verona per questioni strategiche di mercato e geografiche. La nostra città avrebbe aperto le porte all’Alto Adige e ad una grossa fetta della Pianura Padana. Tutto durante l’amministrazione Tosi sembrava pronto. Il luogo, vicino all’uscita del casello di Verona Nord e alla tangenziale, di proprietà del Consorzio Zai era perfetto.
Ikea nero su bianco era disposta ad assumere 1.200 persone che significa 1.200 famiglie sistemate e si impegnava a produrre un’importante quota di mercato dei suoi prodotti nelle zone limitrofe e in particolare nel basso veronese oggi fortemente depresso, ma non dimentichiamoci che in epoca non remota era il paradiso, mostra internazionale inclusa, del mobile d’arte. A questo punto Ikea si impegnava, sempre nero su bianco, a dar lavoro a non meno di 1.000 artigiani o piccoli imprenditori.
Insomma ante Covid una piccola manna per la nostra Provincia, con il Covid e il senno di poi un fatto da tagliarsi le mani dalla rabbia. L’idea nasceva nell’amministrazione Tosi e il povero Matteo Gasparato si è battuto come un leone, ma arrivato Sboarina il no all’Ikea è stato perentorio. Tutto ciò che era stato proposto o progettato prima del suo arrivo andava abbattuto, una specie di fascismo alla rovescia. Se si fosse invece proseguito sulla strada intrapresa e oggi l’Ikea fosse già operativa ci ritroveremo con 1.200 persone sistemate e 1.000 artigiani al lavoro. Un sogno e un desiderio che qualcuno non ha voluto diventasse, nonostante la disponibilità di tutti, una concreta realtà.













