Il confronto sulla riforma della giustizia entra nel vivo e scivola su un terreno minato. A far esplodere la polemica sono state le dichiarazioni del procuratore Nicola Gratteri, riportate dalla stampa nazionale, che hanno sollevato un’ondata di reazioni politiche e istituzionali.
La frase che ha fatto più discutere è stata questa:
“Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Parole che hanno immediatamente acceso il dibattito. Non una critica tecnica alla riforma, ma un giudizio che – secondo molti – associa moralmente una scelta di voto a categorie stigmatizzate.
Successivamente il magistrato ha precisato:
“Ho detto che a mio parere voteranno Sì le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura. Non ho detto … che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere”.
Una rettifica che però non è bastata a spegnere le polemiche.
L’affondo dell’on. Paola Boscaini (FI)
Durissima la replica della deputata di Forza Italia, Paola Boscaini:
“Le parole di Gratteri non sono solo offensive, ma confermano anche gli scarsi argomenti del No: se per validare le tue ragioni sei costretto a insultare, significa che le tue ragioni sono deboli”.
La parlamentare invita a riportare il confronto sul piano dei contenuti:
“I cittadini al referendum si esprimeranno sui contenuti. Ed è di tutta evidenza che votando Sì alla riforma si apre spazio a una giustizia giusta e a un processo equo, con pari garanzie effettive tra accusa e difesa. E si libera la stessa magistratura dal giogo delle correnti politiche al suo interno”.
E ancora:
“Purtroppo – conclude Boscaini – da parte di alcuni settori della magistratura ci sono forti resistenze corporative, e non sapendo legittimare e spiegare le loro ragioni insultano i tantissimi cittadini che voteranno Sì approvando la riforma. Le parole offensive di Gratteri, in tal senso, denotano molto nervosismo”.

Il nodo istituzionale
La vicenda non è solo politica. Secondo quanto riportato, sul caso sarebbe stata aperta una pratica al Consiglio Superiore della Magistratura, chiamato a valutare eventuali profili sotto il profilo dell’equilibrio istituzionale.
Il tema è delicato: i magistrati, come tutti i cittadini, hanno libertà di espressione. Ma la giurisprudenza e la normativa ordinamentale richiamano anche al dovere di equilibrio, misura e imparzialità, soprattutto quando si interviene nel dibattito politico su questioni oggetto di referendum.
Quando una dichiarazione sembra trasformare una scelta di voto in un giudizio morale sugli elettori, il rischio è quello di incrinare la fiducia nell’imparzialità della funzione giudiziaria.
Il referendum
Il referendum tocca nodi centrali: separazione delle carriere, equilibrio tra accusa e difesa, ruolo delle correnti nella magistratura, assetto del sistema disciplinare.
Da una parte chi sostiene che votare Sì significhi rafforzare le garanzie del processo e assicurare maggiore equilibrio separando le carriere (come in tutti i paesi europei ed occidentali). Dall’altra chi teme un indebolimento delle correnti nella magistratura.
Nel mezzo, milioni di cittadini che rivendicano il diritto di scegliere senza essere etichettati.
Il punto ora è politico ma anche istituzionale: il confronto può essere duro, ma resta fondamentale che rimanga sul terreno dei contenuti. Perché quando il dibattito scivola sugli insulti, a perdere non è solo una parte. È la credibilità del sistema nel suo complesso.













