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Focus: “La crisi italiana” (Riccardo Pelizzo)

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Riccardo Pelizzo


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La crisi italiana ha molte cause e alcuni di coloro che per primi si sono avveduti del regresso imminente – sul piano morale, culturale, intellettuale, politico – sono stati, inconsciamente, a loro insaputa, forse involontariamente i promotori di una temperie culturale che ha permesso ai semi della crisi di germinare. La crisi italiana è stata per molti versi resa possibile da elite (accademiche, politiche, sociali, economiche) che erano tali  più  per le posizioni dominanti che esse occupavano (e davano loro uno status) che per la bontà delle decisioni prese, per la propria preparazione, per la propria lungimiranza.  

È evidente che molti dei problemi, che sembrano oggi fare regredire un paese che nei decenni precedenti era riuscito ad affrancarsi dalla povertà e diventare una delle maggior e  più  dinamiche economie mondiali, siano problemi di origine nazionale. L’invecchiamento riflette un calo continuo e pluridecennale della natalità. Corruzione e criminalità sono il riflesso di quella che se non sempre si configura come una diffusa cultura dell’illegalità è sempre e comunque una avversione alle regole che corruzione e criminalità violano e permettono di violare. Ma, per altri versi, i probemi che l’Italia si trova oggi a dover affrontare con una classe dirigente non sempre all’altezza hanno origini oltre confine. La fine della guerra fredda, la fine dell’ordine bipolare che aveva regolato le relazioni internazionali per quasi un cinquantennio, l’ascesa della Cina, lo spostamento del baricentro del mondo da Occidente a Oriente, la liberalizzazione dei mercati, la delocalizzazione della produzione, la crisi della borghesia (con i suoi valori) e, forse, la crisi di quello che è stato, in tutte le sue manifestazioni, il capitalismo, hanno a loro volta contribuito alla crisi in cui si trova il paese.

La crisi italiana riflette la crisi, globale, della borghesia come classe, il declino dell’Occidente, e dell’economia capitalista che aveva permesso all’Italia,  più  che ad altri paesi, di assicurare ai propri cittadini una ricchezza ed un benessere diffuso. Ma accanto a questi problemi, di cui gli analisti e la stampa ben informata si sono già accorti, vi sono altri fattori che potrebbero rendere la crisi ancor  più  problematica.

Il proposito di queste pagine è di esplorare le varie facce della crisi, con le rispettive cause, e di proporre dove è possibile delle soluzioni possibili.

Di crisi in Italia se ne parla da un pezzo. Crisi di governo, crisi politiche, crisi dei partiti e, in alcuni casi, di un assetto costituzionale che a detta di alcuni, autorevoli, studiosi richede un qualche rimaneggiamento.

Maurice Duverger, scienziato della politica francese, a cui si devono, oltre che alla celeberrima legge di Duverger, il primo contributo fondamentale allo studio dei partiti come organizzazioni e dei sistemi di partito e allo studio della forma di governo semi-presidenziale, ebbe a osservare che per capire il funzionamento dei sistemi politici contemporanei, la conoscenza del ruolo che in essi svolgono i partiti è  più  importante della conoscenza del costituzonalismo classico.

I partiti erano, in alcuni casi sono ancora o dovrebbero essere, uno dei motori che permettono il buon funzionamento dei partiti. A partire dalla metà degli anni ’70, accanto ad una permanente crisi di instabilità dei nostri esecutivi, gli studiosi hanno cominciato ad esplorare quella a molti di loro sembrava una nascente crisi dei partiti. Nel 1975 Pasquino scrive della crisi della DC, Lange nel 1979 parla dela crisi del PCI, nel 1980 Pasquino discute di crisi de partiti e governabilità, mentre nel 1982 Pasquino dà alle stampe un volume sulla degenerazione dei partiti e sull’esigenza di fare le riforme istituzionali—tema che verrà poi ripreso e approfondito da Pasquino, pochi anni dopo, in Restituire lo Scettro al Principe.

La questione della crisi dei partiti era, ovviamente, una questione di un certo interesse per gli studiosi che si occupano di partiti, come Pasquino o, si parva licet, come chi scrive, ma era una questione fondamentale, e quindi di importanza molto maggiore, per il funzionamento del sistema politico italiano.

La questione verteva, sostanzialmente, sulla natura della crisi. Se la crisi dei partiti fosse un problema esclusivamente italiano e dettato da quella degenerazione di cui aveva scritto Pasquino, o se si trattasse invece della crisi, come uno sarebbe propenso a credere leggendo Panebianco o Katz e Mair (1995), di uno specifico modello di partito. I propugnatori di questa seconda lettura – consci del fatto che nel loro sviluppo storico i partiti avessero adottato diversi modelli organizzativi che gli studiosi hanno generalmente identificato come, rispettivamente, partito dei notabili, partito di integrazione di massa, e partito pigliatutto – ritenevano che il partito pigliatutto affermatosi negli anni sessanta fosse stato soppiantato nei decenni successivi da quello che per Panebianco è il partito elettorale-professionale e per Katz e Mair è invece il partito di cartello.

Accanto a queste due letture di cosa si dovesse intendere come crisi dei partiti, ne esiste poi una terza, ovvero che ad essere diventati desueti non fossero solo i partiti italiani, o una qualche forma organizzativa di partito, ma che fosse invece il partito come istituzione ad essere entrato in crisi. La crisi dei partiti italiani era probablmente il risultato di cause domestiche, della necessità dei partiti d trovare forme organizzative nuove e  più  consone ai tempi, e del fatto che i tempi nuovi non avessero  più  tanta simpatia per l’istituzione del partito politico.

La crisi dei partiti, che con alterne formule coalizonali, avevano fatto funzionare in qualche modo gli instabili governi italiani, fini’ con il minare la governabilità. La debolezza dei governi si è manifestata in vari modi o, per dire la stessa cosa in termini differenti, ci sono molte, diverse, manifestazioni della debolezza dei nostri esecutivi. L’incapacità di contenere il debito è stata forse quella  più  significativa. Tra il 1979 e il 1994, che segna con l’elezione del primo governo Berlusconi, la fne dela Prima Repubblica con i suoi partiti, il debito pubblico italiano passò dal 65 a 121,5 per cento del PIL.[1]

La crisi italiana, con le sue pur molte sfumature, era crisi di partiti (Tarrow, 1977) e di governabilità. Era crisi di conti pubblici. Era crisi che consisteva, per ricordare le parole di Tarrow (1979) di una “multipliciy of crises – economic, political, social, and international”—una molteplicità di crisi che portò alcuni osservatori a chiedersi se tutte queste criticità non fosssero altro che una manifestazione di una transizione incompiuta. Temi su cui, chi si occupa di Italia (Bull e Rhodes, 2014), è tornato anche in anni recenti.

Sydney Tarrow aveva ragione. La crisi italiana era multidimensionale, toccava cioè sfere diverse: partiti in crisi, governi inefficaci, rallentamento della crescita economica (fig.1), inflazione galoppante, terrorismo (rosso e nero).

Fig.1. Crescita del PIL, 1961-2019

Alcuni dei probemi che affliggevano l’Italia dela fine degli anni settanta sono stati in qualche modo risolti. L’inflazione è stata portata a livelli accettabili e la minaccia de terrorismo è stata sventata. Altri problemi (crisi dei partiti, ingovernabilità, debito pubblico) sono rimasti e si sono per certi versi incancreniti. E, ovviamente, ai problemi annosi se ne sono aggiunti di nuovi.

In primo luogo, la società italiana è stata vittima di un progressivo invecchiamento. I dati della Banca Mondiale mostrano che tra il 1979 e il 2019, il numero di anziani al di sopra dei 65 anni è cresciuto da 7,4 a 13,7 milioni di persone. Se da un lato, questo risultato mostra come la qualità dell’assistenza medica e della vita in generale nel nostro paese sia superiore che in altri paesi, l’invecchiamento della società pone un problema non solo per quel che riguarda la sostenibilità del sistema pensionistico e dei conti pubblici, ma anche per quel che riguarda la capacità di innovare. E se una economia avanzata come quella italiana non innova, è destinata ad un declino inesorabile—che è poi quello che si pu ò vedere nella figura 1.

In secondo luogo, l’Italia ha sofferto la crisi degli stravolgimenti geopolitici. Con la fine della Guerra Fredda, l’Italia ha perso la sua rilevanza geo-strategica. Con l’ascesa delle Tigri asiatiche, con lo sviluppo economico di cui la Cina ha goduto dal 1979 ad oggi, con l’affermazione dei BRICS, e con il conseguente ridmensionamento della rilevanza economica dell’Europa, l’Italia si è trovata a far parte di una parte di mondo che del mondo non è  più  il cuore economico.

In terzo luogo, il declino dell’Italia riflette il declino di un’Europa, che, non sa  più  quale sia la sua missione o il suo ruolo in un mondo per molti versi nuovo. Si tratta per molti versi di un declino culturale. Per molti decenni, e, vien da dire, per qualche secolo, le università occidentali sono state non solo le migliori ma anche le uniche fonti del sapere. Il sapere veniva creato e impartito in quelle sedi. Nella maggior parte dei casi, si trattava di università europee. Molte delle pur prestigiose università statunitensi, che oggi sono ai vertici del sapere, sono state create negli ultimi 150 anni. Oggi le università europee sono superate non solo dalle migliori università statunitensi, ma anche dalle migliori università di quella regione che si chiama Asia-Pacifico e in cui si trovano le ottime università australiane, singaporegne, cinesi e giapponesi. Nella classifica stilata dal Times Higher Education le cinesi Tsinghua University e Peking University sono rispettivamente 12sima e 13sima, le singaporegne NUS e NTU sono rispettivamente 17sima e 30sima, l’ australiana University of Melbourne è al 39simo, l’università di Tokio è in 28sima posizione, mentre l’Università di Hong Hong e Chinese University of Hong Kong sono al 35simo e al 44simo posto. La gloriosa Università degli Studi di Bologna, la nostra Alma Mater, è al 144simo posto, un risultato poco onorevole per un’università storica. La Scuola Normale di Pisa è al 154simo posto, La Sapienza di Roma è 185sima—ovvero cinque posizioni dietro alla Sud Africana University of Cape Town.

La crisi delle nostre università sembra andare di pari passo con la manzacanza di un qualsiasi fermento artistico paragonabili a quelli che negli anni sono stati il Movimento Spazialista (Fontana, Crippa, Dova), l’Informale, il Gruppo Forma 1 (Dorazio, Turcato), il Gruppo Uno (Biggi et al.), il Gruppo Origene (Burri, Capogrossi,…), il Gruppo 63, il Gruppo Settanta (Miccini. Pignotti, et al), o la Transavanguardia. Nel cinema è difficile vedere oggi pur con tutto il rispetto per i nostri migliori cinesasti, qualcuno di paragonabile a Antonioni, De Sica, Fellini, Rossellini o Visconti. In letteratura, se si fa eccezione per le avventure del Commissaro Montalbano, l’unico prodotto letterario di una qualche caratura è stato un giallo medievale scritto da un professore dell’Ateneo bolognese quarant’anni orsono.

Come non ci sono nuovi Fellini, nuovi Flaiano, nuovi Burri, nuovi Moravia, la manzanza di fermenti artistici fa sospettare che la borghesia italiana, di cui l’arte del secondo novecento è stata espressione, non abbia  più  niente da dire. Sembra non voglia  più  sopravvivere come classe. Sembra voglia trasformarsi o, quantomeno, lasciarsi trasformare in qualcosa d’altro. È una classe che sta velocemene dimenticando le virtu’ (McCloskey, 2006) di cui era portatrice e che hanno contribuito a plasmare il mondo moderno (McCloskey, 2010 e 2016).

Nel 1948, il governatore della Banca d’Italia disse che l’Italia aveva la peggiore borghesia del mondo, e non era vero. Avevamo la borghesia che ci meritavamo. Una borghesia, per molti versi piccola, per altri strapaesana (come Longanesi e Guareschi avevano intuito), a suo modo conservatrice e tradizionalista, plasmata da quel cattolicesimo controriformista che aveva impedito al nostro paese di godere di quella mirabile etica protestante che, oltre a Weber, era tanto piaciuta a Montanelli e Malaparte. Era la borghesia nata in quella che era l’Italia di allora che aveva università di elite, che vinceva il premio Nobel sia in letteratura che nelle scienze, che formava nei suoi atenei giovani studosi che poi il Nobel l’avrebbero vinto lavorando in atenei stranieri, che aveva filosofi seri, e che aveva una borghesia orgogliosa dele proprio virtu’, dei propri usi e dei propri costumi.

Era una borghesia prudente. Moderata. Votata alla misura.

La borghesia ha poi smesso di apprezzare le proprie virtu’. Alla prudenza cominciò a preferire l’avventatezza, alla moderazione le scelte estreme, alla misura la smoderatezza. Era il sintomo che la borghesia non aveva  più  chiaro cosa le avesse permesso di emergere come classe e di contribuire al benessere del paese. La borghesia non sapeva e voleva  più  essere borghese, la nuova università di massa non era fatta per educarla. Poteva a massimo inculcarle valori nuovi, poteva incentivarla a diventare altro. La crisi valoriale della nostra borghesia precede ed è forse resonsabile del declino, politico, economico, sociale di una classe che del paese era stato l’asse portante. E una volta create le condizioni per la scomparsa della nostra borghesia, le premesse per il regresso socio-economico del nostro paese sono state poste.

C’è poi la questione della liberal-democrazia. La liberal-democrazia ha bisogno della borghesia, perchè la borghesia per quella sua consustanziale prudenza, la sua vocazione alla moderazione, è intimamente avversa a soluzioni radicali, illiberali e anti-democratiche.

Ci sorprende oggi della presenza, dell’esistenza di forze politiche populiste. Di forze politiche dalle idee balorde, sbagliate, perniciose. Perchè esistano queste forze è abbastanza facile da spiegare: sono emerse grazie alla crisi della nostra classe borghese che governi di modesta caratura politica stanno cercando di distruggere o di ridurre in una condizione di minorità.

Riccardo Pelizzo
Professor and Vice Dean for Academic Affairs | Nazarbayev University | Graduate School of Public Policy

Riferimenti

Bull, Martin, and Martin Rhodes. Crisis and transition in Italian politics. Routledge, 2014.

Duverger, Maurice. “A new political system model: Semi‐presidential government.” European journal of political research 8.2 (1980): 165-187.

Katz, Richard S., and Peter Mair. “Changing models of party organization and party democracy: the emergence of the cartel party.” Party politics 1.1 (1995): 5-28.

McCloskey, Deirdre N. The bourgeois virtues. Chicago. University of Chicago Press, 2006.

McCloskey, Deirdre N. Bourgeois dignity: Why economics can’t explain the modern world. Chicago. University of Chicago Press, 2010.

McCloskey, Deirdre N. Bourgeois equality: How ideas, not capital or institutions, enriched the world. Chicago. University of Chicago Press, 2016.

Panebianco, Angelo. Modelli di partito. Bologna. il Mulino. 1982.

Pasquino, Gianfranco. Crisi dei partiti e governabilità. Bologna. il Mulino, 1980.

Pasquino, Gianfranco. Degenerazioni dei partiti e riforme istituzionali. Roma-Bari: Laterza, 1982.

Pasquino, Gianfranco. Restituire lo scettro al principe: proposte di riforma istituzionale. Roma-Bari. Laterza, 1985.

Tarrow, Sidney. “The Italian party system between crisis and transition.” American Journal of Political Science 21.2 (1977): 193-224.

Tarrow, Sidney. “Italy: Crisis, crises or transition?.” West European Politics 2.3 (1979): 166-186.


[1] https://www.ilsole24ore.com/art/debito-pubblico-come-quando-e-perche-e-esploso-italia-AEMRbSRG



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