“A Verona, il lavoro nei musei civici è diventato un campo minato”. È un atto d’accusa diretto e senza giri di parole quello lanciato da Potere al Popolo – Verona, dopo la revoca dei licenziamenti che avevano colpito quasi sessanta dipendenti della cooperativa Le Macchine Celibi.
Il 30 aprile, proprio alla vigilia della Festa dei Lavoratori, era arrivata la comunicazione shock: quasi sessanta persone licenziate. Due giorni dopo, il dietrofront. Ma per il movimento politico veronese la revoca non basta: “La vita delle persone non può essere trattata come un errore amministrativo da correggere all’ultimo momento”.
Nel comunicato, si ricorda come i lavoratori dei musei civici fossero già scesi in piazza nel 2023, denunciando “paghe da cinque euro lordi l’ora e contratti inadeguati”. Una mobilitazione che aveva spinto il Comune a promuovere l’applicazione del CCNL Federculture nei futuri appalti. Promesse che oggi, secondo Potere al Popolo, sono “state disattese”.
“Il lavoro culturale continua a essere considerato sacrificabile. È urgente cambiare rotta” – si legge nella nota – “Serve un nuovo bando trasparente che riconosca le competenze, garantisca la continuità occupazionale e applichi il contratto di settore”.
Non solo. Il movimento si dice preoccupato dall’ipotesi – più volte circolata – di trasformare i Musei Civici in una fondazione: “Una scelta che rischia di allontanare la gestione culturale dal controllo pubblico, aprendo la strada a una logica aziendalistica e opaca”.
Il messaggio è chiaro: “La cultura deve restare un bene comune, accessibile, vivo, radicato nel territorio e garantito da lavoro dignitoso”. E conclude con un impegno preciso: “Continueremo a seguire questa vertenza al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici. Perché tutelare il lavoro significa rafforzare i servizi pubblici e restituire valore sociale alla cultura”.


















