Il Veneto ha raggiunto gli zero contagi, in anticipo rispetto alle previsioni. Lo annuncia il virologo Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’università di Padova, e consulente per l’emergenza sanitaria di Luca Zaia, sottolineando che “questo è il risultato di un lavoro che ha visto in prima linea la Regione, l’Università di Padova e l’Azienda Ospedale di Padova”. Lo zero contagi fa riferimento ai dati della giornata di giovedì, mentre quelli diffusi dalla Protezione civile, che assegnano 8 contagi al Veneto, sono riferiti a mercoledì. Il merito, per Crisanti, “va a tutte le persone che hanno lavorato giorno e notte per aggiungere questo risultato, e alla fine l’intuizione di cercare gli asintomatici ha pagato”. “Il modello Veneto – aggiunge – funziona. Lo zero è un bene prezioso da conservare con un comportamento virtuoso”. Il virologo ringrazia “tutti quelli che ci hanno creduto, a chi ha rispettato le regole spesso dure delle precauzioni messe in atto per il contenimento dei contagi, confidando che questo importante traguardo non vada perso”. Per il Veneto il traguardo degli zero contagi rappresenta un grande salto rispetto a tre mesi fa, quando si scoprì il focolaio di Vo’, il piccolo comune in provincia di Padova dove viveva la prima persona morta ufficialmente di COVID-19 in Italia. Insieme a Codogno, quello di Vo’ fu identificato come il focolaio italiano dell’epidemia, e per giorni la preoccupazione per la situazione in Veneto fu molto alta, al pari di quella per la Lombardia e l’Emilia-Romagna, le regioni che da subito sembrarono più coinvolte. Ma da allora l’approccio “community based” della regione ha fatto la differenza e il numero dei morti è rimasto di poco superiore ai 1800. Questo grazie a una sorveglianza attiva in cui si sono cercati i casi sul territorio senza aspettare che i positivi si presentassero dal medico o in ospedale alla comparsa dei primi sintomi. Il Veneto ha eseguito, in proporzione sulla sua popolazione, il doppio dei tamponi per l’accertamento di infezione della Lombardia, e addirittura un numero 2,7 volte maggiore nella prima settimana dell’epidemia.













