Dopo aver delineato nei giorni scorsi la linea guida della propria presenza al Vinitaly 2026, Coldiretti entra nel vivo del dibattito con il convegno istituzionale di apertura “Liberiamo il vino – Proteggere e promuovere un pilastro del Made in Italy”, momento centrale di confronto su criticità e prospettive del settore vitivinicolo.
Al centro dell’incontro torna con forza il tema delle “catene” che frenano il comparto, ma questa volta con un focus più concreto su impatti economici e scenari internazionali. Secondo l’analisi presentata, liberare il vino da burocrazia, dazi ed etichette allarmistiche potrebbe valere fino a 1,6 miliardi di euro per le imprese italiane, risorse fondamentali per sostenere investimenti, innovazione ed export.
Un messaggio che si collega direttamente a quanto già emerso in apertura di manifestazione, ma che nel convegno trova una declinazione più operativa e politica, rafforzata anche dal simbolo della bottiglia avvolta da catene spezzate esposta a Casa Coldiretti.
A ribadirlo è Vincenzo Gesmundo, segretario generale di Coldiretti: “Liberare il vino dalle catene della burocrazia, dei dazi e delle distorsioni che oggi penalizzano il settore non è uno slogan ma una necessità economica concreta. Parliamo di 1,6 miliardi di euro che possono tornare direttamente nelle tasche delle imprese vitivinicole italiane. Il nostro è un messaggio positivo e responsabile: possiamo semplificare concretamente. Per questo oggi più che mai serve fare sindacato per una filiera centrale del Made in Italy. E siamo qui per ribadire come il vino sia parte di quella Dieta mediterranea sinonimo di salute, contro cibi ultraprocessati e bevande energetiche che stanno mettendo a rischio la salute dei nostri giovani. Serve accendere la luce su questo problema che medici e scienziati stanno sollevando in tutto il mondo”.
Accanto alla richiesta di semplificazione normativa, emerge con forza anche il tema dell’export, oggi messo sotto pressione da dinamiche internazionali sempre più complesse.
A fare il punto è Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: “Il vino italiano con un valore complessivo di 14 miliardi di euro resta una delle principali bandiere anche del nostro export agroalimentare, avendo sfiorato nel 2025 gli 8 miliardi di euro, nonostante la difficile situazione internazionale. Le grandi incertezze generate dai dazi di Trump hanno complicato il mercato negli Stati Uniti che sono il primo sbocco di riferimento. È un mercato che non si può perdere e proprio per questo come Coldiretti saremo a New York a giugno per la promozione anche del vino. Oggi il settore sta affrontando una fase di forte pressione, ma emergono anche segnali di recupero e, soprattutto, un potenziale enorme su cui costruire la ripartenza. La strada è chiara: innovazione, qualità e capacità di creare valore. In questi anni abbiamo già dimostrato che si può crescere aumentando il valore medio del vino italiano, salito del 39% nell’ultimo decennio, puntando su identità e distintività. Con il piano straordinario di promozione e il lavoro delle imprese, il vino italiano ha tutte le carte per recuperare terreno e continuare ad essere protagonista sui mercati globali”.
Il quadro che emerge dal convegno è quello di un settore solido ma sotto pressione: 14 miliardi di euro di fatturato, 241.000 imprese e una forte vocazione alla qualità, con il 78% della superficie vitata destinata alle Indicazioni Geografiche.
Ma a pesare sono soprattutto le dinamiche internazionali: gli Stati Uniti, primo mercato di riferimento con circa il 23% dell’export, registrano un rallentamento significativo, con cali marcati nei primi mesi del 2026, solo parzialmente recuperati a marzo.
Dal confronto di Vinitaly emerge quindi una linea chiara: meno vincoli e più strumenti per competere, per permettere al vino italiano di restare uno dei principali ambasciatori del Made in Italy nel mondo.













