Dal nostro inviato a Zenica, Dimitri.
Un incubo vero. Di quelli che non fanno nemmeno più arrabbiare. Solo abbassare la testa.
L’Italia è fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva. E no, non è uno scherzo. Non è un pesce d’Aprile. È la fotografia più dura e più sincera del nostro calcio.
La partita è stata tutto: caos, nervi, errori, occasioni sprecate. E alla fine, inevitabilmente, rigori. Dove si consuma l’ennesimo psicodramma azzurro: errori pesanti, una traversa che pesa come un macigno e il colpo finale firmato da Bajraktarevic.
Un film già visto (ma ogni volta fa più male)
L’Italia era anche passata in vantaggio, grazie a un regalo clamoroso del portiere bosniaco. Un errore grossolano trasformato in gol da Kean. Un episodio, più che un’azione costruita.
Poi la partita ha girato. E lo ha fatto nel modo peggiore.
L’espulsione di Alessandro Bastoni, al 41’, è la sliding door della serata. Intervento in ritardo, rosso diretto, squadra in dieci. Da lì in poi, solo resistenza.
La Bosnia prende campo, ritmo, fiducia. Spinge, attacca, martella. L’Italia si abbassa, fatica, rincorre. E quando non basta più, arriva il pareggio di Tabakovic all’80’.
Da quel momento in poi è sopravvivenza.
Donnarumma e il resto del nulla
Se c’è qualcosa che tiene in piedi gli azzurri è Gianluigi Donnarumma, che para tutto il parabile e anche qualcosa in più. Ma non può bastare.
Davanti, il vuoto.
Contropiedi sprecati, tiri sbagliati, occasioni buttate. “I nostri contropiedisti miravano ai balconi invece che alla porta” è forse l’immagine più crudele ma più vera della serata. E così festeggiavano su quei balconi.

E mentre la Bosnia — tre milioni di abitanti — trova qualità, fisicità e talento, l’Italia — sessanta milioni — si scopre fragile, prevedibile, senza idee.
Rigori: il colpo finale
Si arriva ai rigori quasi per inerzia. Con quella speranza fragile, quasi disperata.
Ma stavolta non c’è Wembley.
Cristante prende la traversa. Esposito calcia alto. Gli altri non bastano. La Bosnia è fredda, precisa. Segna e chiude.
Italia eliminata. Ancora.
“Fuori ai rigori, e magari ci fosse un Baggio con cui prendersela”. Stavolta no. Stavolta resta solo il vuoto.
Gattuso non c’entra. Ora servono responsabilità
In mezzo a tutto questo, una certezza: Gennaro Gattuso non è il problema.
Ha preso una squadra fragile, l’ha portata a giocarsi tutto fino all’ultimo rigore, ha provato a tenere insieme i pezzi. E a fine partita resta solo la sua immagine: stremato, invecchiato, distrutto.
“Lui non c’entra nulla”.
Adesso però qualcuno deve rispondere davvero.
Il nome è uno: Gabriele Gravina.
In un sistema normale, dopo tre Mondiali falliti, le dimissioni sarebbero automatiche. Qui invece il rischio è il solito: parole, analisi, e poi nulla cambia.
La generazione senza Mondiali
Il dato più inquietante non è solo sportivo. È culturale.
C’è un’intera generazione di ragazzi che crescerà senza ricordare un’estate azzurra ai Mondiali. Senza quelle notti, quelle partite, quei riti collettivi.
Ci diranno che ci sono altri sport, altri campioni. È vero.
Ma non è la stessa cosa.
E forse è proprio questo il punto più basso toccato dal calcio italiano.













