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Referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Si o no?

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Tutto quello che c’è da sapere per un voto consapevole

Il 20 settembre gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi sul referendum costituzionale relativo al taglio del numero dei parlamentari. In cosa consiste il quesito proposto? Quali conseguenze derivano dall’approvazione della modifica?

Il disegno di legge costituzionale prevede la modifica dell’art. 56 della Costituzione italiana, con riduzione del numero dei deputati della Camera da 630 a 400, e della circoscrizione estero con riduzione dei deputati da 12 a 8. La modifica dell’art. 57 della Costituzione italiana, con riduzione del numero dei senatori da 315 a 200 e della circoscrizione estero da 6 a 3. Ogni regione italiana inoltre avrà un numero minimo di senatori, non più di 7 (come attualmente previsto) ma di 3. E la modifica dell’art. 59 della Costituzione, con riduzione a 5, del numero di senatori a vita (ossia di coloro “che hanno illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico o letterario”) che il Presidente della Repubblica può nominare.

È un referendum costituzionale, quindi non è previsto quorum. Non importa l’affluenza: se vince il sì la riforma sul taglio dei parlamentari entra in vigore; se vince il no, viene bocciata. Sulla scheda ci sarà una sola domanda e sono previste solo due risposte (Sì o No): «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?».

Importante: l’entrata in vigore della riduzione del numero di parlamentari avverrà dopo lo scioglimento delle camere o alla prima cessazione dell’attuale legislatura e comunque non prima di 60 giorni dalla entrata in vigore della legge. Pertanto la modifica non va a toccare l’attuale Parlamento, ma la formazione della prossima legislatura.

Le ragioni del sì:

  • la riduzione dei costi della politica, con un risparmio complessivo di oltre 80 milioni di euro annui;
  • l’auspicata maggiore efficienza del funzionamento del parlamento, in ragione del minor numero di parlamentari. Con meno eletti avremo un Parlamento più trasparente e più attento nel prendere decisioni, alle idee e ai progetti. Meno parlamentari sono più visibili dai cittadini e tenuti a rispondere con più impegno ai loro solleciti;
  • eliminare la frammentazione dei gruppi parlamentari, che a volte non rappresentano le principali forze politiche presenti nel paese ma gruppetti che servono solo a mantenere la poltrona.

Le ragioni del no

  • i benefici invocati sulla riduzione dei costi della politica sarebbero irrisori, incidendo per pochi euro all’anno per ciascun italiano;
  • il miglioramento dell’efficienza del parlamento non sarebbe un automatismo collegato al minor numero di parlamentari, quanto piuttosto una conseguenza dei meccanismi di formazione del processo legislativo che la riforma lascia invece intatti;
  • la riduzione del numero dei parlamentari creerebbe seri pericoli per quanto riguarda la rappresentatività in parlamento. La drastica riduzione del numero dei senatori infatti, determinerebbe la mancanza di rappresentanti provenienti dalle regioni più piccole. L’Italia avrebbe un deputato ogni 151 mila abitanti e un senatore ogni 302 mila abitanti (il testo originario della Costituzione prevedeva un deputato ogni 80 mila abitanti ed un senatore ogni 200 mila), con il numero più basso di parlamentari di tutti i grandi paesi d’Europa. Il ruolo del Parlamento sarebbe indebolito.


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