Federico Geremicca su La Stampa: “Da qualche giorno va per la maggiore una originale discussione che ha per oggetto due questioni, riducibili a una: l’inadeguatezza di Conte e la necessità, vista l’emergenza sanitaria, di portare al governo una grande coalizione…A scommetterci davvero sono i due Matteo – Salvini e Renzi – più Silvio Berlusconi. Pochi, considerato che Pd e Cinquestelle non giocheranno questa partita e che anche Giorgia Meloni se n’è tirata fuori. La discussione dunque è che si stia discutendo del nulla…C’è peraltro un’incognita rappresentata dagli sviluppi del quadro economico…Chi vuole la caduta del premier è costretto a sperare in un aiutino dei mercati: in una logica che non è nuova, naturalmente, ma che somiglia al tristemente noto muoia Sansone con tutti i filistei. Scenario che, Conte o non Conte, è difficilmente augurabile a un Paese già travolto dalla pandemia.”
Sul Corriere della Sera, Francesco Verderami: “…L’ appello all’unità nazionale che era stato lanciato dal presidente della Repubblica non solo non è stato raccolto ma è diventato strumento tattico del conflitto tra forze contrapposte, tutte senza eccezione impegnate a difendere il loro particulare. La competizione è legittima, anzi necessaria in tempi ordinari. Ma questi sono tempi straordinari…E prende corpo la consapevolezza che dalla crisi non si potrà uscire senza un governo condiviso degli sforzi, perché per fronteggiare situazioni così complesse non bastano le capacità dei singoli, per quanta volontà e determinazione possano metterci. Riconoscerlo sarebbe un segno di forza non di debolezza, né tantomeno dimostrazione di sconfitta. Vale per chi sta in maggioranza e non vorrebbe far spazio oggi all’opposizione, e vale per chi sta all’opposizione e immagina di lucrarci in attesa di essere domani maggioranza. Si tratterebbe di un’operazione miope, di cui tutti sarebbero chiamati a render conto in caso di macerie…Ecco, se è vero che gli italiani danno il meglio nelle avversità, per i partiti che li rappresentano questo sarebbe il momento di mostrarsi generosamente disinteressati, cioè caparbiamente determinati. I cittadini stanno dimostrando di saperlo fare: non si potrebbe poi chiedere il loro consenso se non si seguisse il loro esempio”.
Mattia Feltri su La Stampa: “Ci sono due ponti, uno ritirato su e l’altro rimasto giù , e sono, dicono i sapienti analisti, il simbolo dell’Italia a due velocità. C’è il ponte Morandi di Genova, crollato nella tragica mattina del 14 agosto 2018 e rimesso in piedi in diciannove mesi, e c’è il ponte Himera, viadotto dell’autostrada Palermo-Catania, crollato nell’aprile del 2015 e cinque anni dopo ancora adagiato sulle macerie. L’Italia a due velocità racconta dunque, con un esempio in più, il Nord che ricostruisce e il Sud che boccheggia e va bene, sarà senz’altro così: ci siamo dati l’agile risposta e tutti contenti. Però ci sono ulteriori differenze, oltre a quelle geografiche, e hanno a che vedere con le procedure straordinarie per il Morandi e ordinarie per l’Himera. E cioè, nel primo caso, per far presto, si è derogato dal codice degli appalti e nel secondo no…L’amplissimo guazzabuglio per contrastare le famose mazzette e le celebri infiltrazioni della criminalità organizzata. Approccio di comprovata onestà e pero, senza le protocollari profilassi, il ponte Morandi è stato ripristinato nei tempi detti e, con l’intero ambaradan, il ponte Himera è rimasto ai tempi morti. Viene in mente delle mille volte in cui si sente dire che la corruzione è il tumore e la mafia il cancro del Paese e, secondo il vecchio motto secondo cui prevenire è meglio di curare, si previene nell’affidabile variante dell’immobilità totale. Se non è un’idea smagliante neanche davanti al virus, figuriamoci davanti al resto.”
Massimo Gramellini sul Corriere della Sera: “Ho chiesto a un affetto stabile — siamo amici da una vita — se anche lui ha intenzione di installare sul telefonino la app Immuni, che ci renderà tracciabili a fin di bene. Mi ha risposto che non è fesso (sottinteso: come me). Non ha certo intenzione di regalare i suoi dati a gente che, nella peggiore delle ipotesi, cederà le informazioni a chi gliele pagherà, e nella migliore se le farà soffiare da un servizio segreto, magari deviato. Mi è mancato il coraggio di chiedergli per quale ragione James Bond e il Kgb dovrebbero essere interessati a spiare la sua corsetta al parco: non volevo farlo sentire insignificante. Ma poi ho pensato che il mio amico passa due ore al giorno sui social, durante le quali sparge una quantità impressionante di indizi sulle sue idiosincrasie e passioni. Ne passa altrettante a lasciare tracce di sé sulle piattaforme tv a cui è abbonato, nelle telecamere che incontra per strada e, da quando c’è il virus, nelle video-riunioni di lavoro che permettono agli estranei di ficcare il naso fin dentro la tappezzeria del suo salotto. Eppure, mai una volta l’ho sentito lamentarsi di Facebook, Netflix o Zoom. Di loro, evidentemente, si fida. Dello Stato, no”.
Su Il Giornale, Marcello Zacché: “II numero uno della maggiore banca italiana, il capo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, ha detto chiaramente che i soldi promessi alle imprese dai governo sono debiti, non regali. Ma questo elementare concetto è avvolto da opacità, perché è l’intero impianto del Decreto liquidità del 6 aprile a portare fuori strada. Ricordate come è stato presentato da Giuseppe Conte? Un intervento poderoso da 400 miliardi per le imprese. Bisognava però aggiungere due parole: «di debiti”. Accedere al piano permette di avere ap- punto la liquidità, con garanzia Stato (per la banca). Ma a quale prezzo presente e futuro, visto che quei soldi andranno restituiti presto (6 anni)? Quali ansie un tale intervento riesce a placare? Ben poche, a sentire una moltitudine di imprese…Conte ha chiesto alle banche “un atto d’amore”. Una formula abile, che però svela un concetto ben preciso: scaricare ii peso di ogni intoppo alle suddette banche. Intendiamoci: in molti casi ¡a burocrazia bancaria ha dato lì peggio di sé. Ma questo non c’entra con l’atto d’amore…Le soluzioni sono altre: dai sussidi a fondo perduto a più articolati incentivi per trasformare il risparmio privato in capitale di rischio. Non diciamo che per ii governo tali alternative fossero a portata di mano: per il Paese più indebitato d’Europa la sfida per salvare l’economia dalla dalla pandemia è enorme. Ma almeno si eviti di scaricare il barile qua e là. E di sperare di cavarsela con atti d’amore.”
Vittorio Feltri su Libero: “Non si finisce più di discutere sul Mes, ii cosiddetto «salva Stati”, che nessuno sa esattamente in che cosa consista. C’è chi lo vuole e chi lo rifiuta. Qualcuno sostiene die i soldi europei, circa 36 miliardi di euro, sarebbero una manna dal cielo in quanto erogati senza “condizionalità”, un termine questo che noli esiste nella lingua italiana, e ciò dimostra l’analfabetismo arrogante dei fessi che ci governano. Semmai si dice «condizione» o «condizioni». Sorvoliamo. È noto che la corporazione dei giornalisti è politicamente corretta ma se ne frega delle scorrettezze lessicali. In ogni caso mi sembra non abbia torto Silvio Berlusconi allorché afferma; se la Ue ci presta quattrini senza pretendere interessi, non c’è ragione per rifiutarli e ci sono mille motivi per accettarli. Intanto il governo continua a promettere agli italiani bisognosi montagne di euro che non possiede e che quindi non possono giungere nelle tasche dei cittadini”.
Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: “Il 18 maggio riapriranno i negozi. Ma quanti non potranno riaprire? E quanti sono destinati a chiudere nei prossimi, difficili tempi, se non facciamo qualcosa? Molte attività erano già in crisi prima della pandemia. Il «distanziamento sociale» non è cominciato con il Covid-19. La rete aveva già reso desuete o sporadiche cose che per le generazioni precedenti erano le più belle. Andare al cinema e a teatro, scegliere un romanzo nella libreria vicino a casa, curiosare tra le novità di una bottega. In questi tre mesi di chiusura, con la prospettiva di una riapertura cauta e spaventata, quasi tutti i commercianti hanno perso reddito e stock (quante merci deperibili o quanti vestiti resteranno invenduti?). E molti italiani, anche quelli più refrattari, si sono abituati a fare le loro spese online.Senza demonizzare l’ecommerce, senza sospettare che buona parte degli introiti finiscano nei paradisi fiscali, è evidente che c’è una differenza tra cliccare in rete e spendere sotto casa soldi che in qualche modo resteranno nella comunità: sotto forma di tasse, di affitti, di stipendi. Dietro il piccolo commercio c’è un mondo, e ci sono famiglie: oltre al negoziante, c’è il grossista, il rappresentante, il camionista, il commesso. E il proprietario del locale, che non è un bieco rentier, ma quasi sempre un risparmiatore che ha investito nella speranza di garantirsi un piccolo reddito, anch’esso ora andato in fumo.Lo stesso discorso vale per le librerie indipendenti, già in difficoltà di fronte alle catene, alla grande distribuzione, ad Amazon. Vale per gli edicolanti, che con i farmacisti e le cassiere dei supermarket hanno fatto sforzi straordinari in questi mesi drammatici. Per gli esercenti di cinema e teatri, e per tutti i lavoratori dell’industria dello spettacolo (si pensi ai concerti), che hanno di fronte un’estate terribile di inattività forzata.Parliamo ovviamente di categorie diverse. Ma hanno una cosa in comune: il loro lavoro ha molto a che fare con la nostra vita. Con la cultura, con la socialità. I loro spazi sono luoghi di incontro. Scaldano le nostre anime. A maggior ragione in un Paese come l’Italia, dove è una fortuna essere nati sia per la ricchezza culturale, sia per il calore dei rapporti interpersonali.Se perdiamo questi lavori, questi luoghi, non perdiamo soltanto un’importante quota di Prodotto interno lordo. Perdiamo una parte di noi stessi…Non possiamo sapere oggi se tutto tornerà come prima, né se nulla sarà come prima. Il decreto della presidenza del Consiglio, a una prima lettura, è stato interpretato come un’estensione del lockdown. Ma potrebbe anche rivelarsi un modo prudente di ricominciare. Riaprono quasi tutte le aziende più importanti (molte non si sono mai fermate). E dire agli italiani che possono andare a trovare la mamma, e pure «i congiunti», significa di fatto riconsegnarli alla vita sociale, sia pure con le dovute precauzioni. Ma se ci ritroveremo in un paesaggio di serrande abbassate — stavolta per sempre —, di cinema sbarrati, di teatri trasformati in sale bingo, di librerie riconvertite in «compro oro», allora sarà una vita materialmente e anche spiritualmente più povera”













