Il tetto ai prezzi introdotto per ottobre da Eni e da altre compagnie petrolifere attenua il colpo, ma non basta. Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, rispetto allo scorso anno famiglie e imprese del Veneto spenderanno circa 106 milioni di euro in più al mese per benzina e gasolio.
E a pagare il conto più pesante sarebbe proprio Verona: +21,3 milioni di euro in un solo mese, il valore più alto tra le province venete. Seguono Vicenza con 21,1 milioni, Padova con 20,5, Venezia e Treviso con 17,1 milioni ciascuna. Più contenuti gli aumenti stimati a Rovigo, 4,6 milioni, e Belluno, 4,5 milioni.
I calcoli della CGIA mettono a confronto i prezzi medi dei carburanti del 2025 con quelli stimati per il 2026, ipotizzando consumi invariati. Si tratta dunque di stime, costruite a parità di quantità di carburante consumato.
Il quadro resta pesante. Secondo i dati riportati dalla CGIA, dall’inizio del conflitto il prezzo medio della benzina è aumentato del 29,1%, mentre quello del gasolio ha registrato un balzo del 36,6%.
Con benzina e diesel self service attestati nell’ultima settimana rispettivamente attorno a 2,10 e 2,30 euro al litro, l’associazione stima per il Veneto un maggiore esborso nel 2026 di 1,27 miliardi di euro rispetto al 2025, pari a un incremento del 20,6%.
Dietro i numeri ci sono soprattutto pendolari e imprese. Il caro carburante pesa maggiormente su chi vive nelle aree meno servite dal trasporto pubblico e deve utilizzare quotidianamente l’auto, ma anche sulle attività nelle quali benzina e gasolio rappresentano una componente importante dei costi: autotrasporto, agricoltura, pesca, taxi e servizi.
La particolare esposizione di Verona, Vicenza e Padova viene ricondotta dalla CGIA anche alle caratteristiche economiche di queste province: popolazione numerosa, elevato numero di veicoli e una forte presenza di imprese e mezzi pesanti legati all’autotrasporto.
Sul fronte degli interventi pubblici, la CGIA ricorda che dal 19 marzo il Governo Meloni ha adottato 13 provvedimenti sul caro carburanti. Secondo i calcoli dell’associazione, le riduzioni delle accise sono costate circa 2,1 miliardi di euro, ai quali si aggiungono circa 500 milioni di crediti d’imposta destinati soprattutto ad autotrasportatori, agricoltori e pescatori. Il valore complessivo degli interventi raggiungerebbe quindi 2,6 miliardi.
La CGIA mette questo dato a confronto con il 2022, quando il Governo Draghi, nel diverso contesto seguito all’invasione russa dell’Ucraina e con la maggiore flessibilità europea sui conti pubblici, intervenne sulle accise per otto mesi, con un costo complessivo indicato in 7,3 miliardi di euro.
Da qui la richiesta dell’associazione di valutare nuovi margini di intervento. Tra le ipotesi indicate ci sono una razionalizzazione della spesa pubblica e delle agevolazioni fiscali oppure, in alternativa, una maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio da parte dell’Unione europea.
Per Verona, intanto, resta un dato molto concreto: 21,3 milioni di euro di maggiore spesa al mese. Un conto che, nonostante il price cap di ottobre, continua a pesare sui bilanci delle famiglie e sui costi delle imprese.

















