Si apprende dalle pagine del Corriere della Sera che in Italia mancano i soldi per aumentare le pensioni, che il debito pubblico sia eccessivamente elevato, che lo spread sia in rapida salita, che le economie dei paesi altamente indebitati dell’Europa meridionale, i cosiddetti PIGS di qualche anno fa, siano ripartite tutte tranne quella italiana.
Gli articolisti del Corriere non lo dicono apertamente, ma fanno capire che la responsabilità dell’attuale stato di cose, di questa catastrofe, vada attribuita al governo Meloni.
Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma la crisi italiana ha radici profonde che vengono da lontano.
La prima di queste radici va cercata nel tramonto della prima repubblica quando la classe di governo per far crescere artificiosamente il prodotto interno lordo, per redistribuire ricchezza, per farci sentire tutti ricchi, e, di fatto eliminare la possibilità che gli estremisti potessero acquisire popolarità crescente fra la popolazione, fecero crescere il debito pubblico dal 65 al 130 per cento in poco più di un decennio, tra, grosso modo il 1979 e il 1992. La prima repubblica crolla in parte per il peso insostenibile della corruzione, in parte per l’insostenbilità del debito.
La seconda di queste radici va cercata nel fatto che tutti i tentativi di ridurre il debito – per entrare nell’Euro prima, per ridurre lo spread che portò alle dimissioni l’ultimo governo Berlusconi poi – siano stati sempre in qualche modo vanificati. Una prima volta per affrontare la crisi finanziaria del 2008-2010, più di recente per la gestione del Covid-19. I debiti costano. Quando si fa debito poi lo si deve pagare e, purttroppo, dovendo pagare il debito non si spende per modernizzare il paese—cosa che lo rende sempre meno competitivo.
La terza di queste radici è che in Italia per tutelare i pensionati, si sacrificano gli interessi dei giovani e delle generazioni future in nome di una giustizia sociale che non tiene conto che la giustizia sociale per essere davvero tale deve essere inter-generazionale.
La quarta di queste radici è che, per tutta una serie di motivi, alcuni anche legittimi, gli imprenditori italiani preferiscono – non da oggi – investire all’estero. Anche e in quei paesi dell’Europa meridionale dove l’economia tira più della nostra.
Ora è chiaro che se il capitale fugge, se la spesa pubblica non viene fatta per modernizzare il paese ma per stimolare i consumi, se il problema del debito non viene mai risolto, è impensabile che l’economia italiana possa tornare ad essere competitiva.
Criticare il governo ci sta in democrazia. Ma un po’ di autocritica andrebbe fatta. Le radici dei nostri problemi vengono da lontano e hanno molto padri (o madri). Politici populisti, una stampa mal informata (e talvolta fonte di disinformazione), imprenditori in fuga, hanno a loro volta una qualche responsabilità per l’attuale stato di cose.
E’ solo capendo che il problema ha carattere sistemico, che si può cominciare ad inviduare delle soluzioni.
Riccardo Pelizzo
Professore e Dean, Graduate School of Public Policy, Nazarbayev University

















