Pier Paolo Spinazzè, in arte Cibo, è tornato in libertà. L’arresto del writer veronese è stato convalidato, ma il giudice non ha applicato alcuna misura cautelare. E, almeno per il momento, è venuta meno l’ipotesi di spaccio: restano le contestazioni relative alla coltivazione e alla detenzione di sostanze stupefacenti. Il processo proseguirà il 19 novembre.
Un nuovo capitolo della vicenda che il Mattino di Verona sta seguendo fin dall’inizio e che continua a sollevare interrogativi. Perché se da una parte non sarebbero emersi dai telefoni sequestrati elementi in grado di provare la commercializzazione della marijuana, dall’altra restano i numeri dell’operazione della Guardia di Finanza.
Le Fiamme Gialle avevano individuato due coltivazioni estese per circa 200 metri quadrati, con una ventina di piante alte fino a due metri. Il peso lordo complessivo delle piante sequestrate supera i 60 chilogrammi. Nell’area erano presenti un sistema di irrigazione e fototrappole. Saranno però le analisi di laboratorio a stabilire la quantità effettiva di sostanza stupefacente, la percentuale di principio attivo e le dosi ricavabili.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa ancora più singolare.
Spinazzè ha sostenuto davanti al giudice che la cannabis fosse destinata al proprio uso terapeutico personale. Il suo legale, Denis De Marchi, ha prodotto la certificazione medica. Cibo avrebbe spiegato di poter assumere fino a due dosi giornaliere da 200 milligrammi e di aver deciso di coltivare personalmente la cannabis per le difficoltà incontrate nel reperirla in farmacia.
Rimane inevitabile la domanda suscitata dalle dimensioni della coltivazione: come si concilia una produzione potenziale derivante da una ventina di piante, dal peso lordo superiore ai 60 chili, con il solo consumo personale?
La risposta, sul piano penale, dovrà arrivare dal processo e soprattutto dalle analisi sulla sostanza sequestrata.
Intanto il caso è diventato politico.
Durissimo Flavio Tosi, europarlamentare di Forza Italia, che contesta la ricostruzione fornita da Spinazzè soprattutto sul reperimento della cannabis terapeutica. Secondo Tosi, non corrisponderebbe al vero l’affermazione secondo cui a Verona sarebbe disponibile in una sola farmacia.
«Le farmacie sul territorio abilitate all’erogazione della cannabis terapeutica sono diverse e facilmente consultabili sul sito dell’Ulss 9 Scaligera», sostiene Tosi, che aggiunge: «Bastavano pochissimi minuti per verificare la veridicità di tali affermazioni».
L’europarlamentare alza poi ulteriormente il livello dello scontro annunciando un’iniziativa direttamente presso il Ministero della Giustizia: «Per questa disparità di trattamento e per la mancata verifica dei fatti, solleciteremo formale richiesta al Ministero della Giustizia affinché disponga un’ispezione presso il Tribunale di Verona».
Sulla vicenda e’ intervenuto anche il consigliere regionale della Lega Filippo Rigo, collegando l’arresto al rapporto costruito negli anni tra Cibo e una parte del mondo politico progressista.
«Dalla proposta di medaglia d’oro come cittadino eccellente alle patrie galere», ha dichiarato Rigo dopo l’arresto, aggiungendo: «La carriera del nuovo idolo della sinistra è andata in fumo».
Sul fronte opposto, +Europa, con Lorenzo Dalai e Anna Lisa Nalin, ha invece difeso Cibo e criticato l’operazione, parlando di un dispiegamento di mezzi «sproporzionato rispetto all’entità dei fatti» e ricordando l’utilizzo terapeutico della cannabis dichiarato dal writer. Il movimento arriva a definire Spinazzè «un presidio di civiltà e bellezza sul territorio veronese e nazionale».
Ed è forse proprio questo contrasto a riportare al centro quanto il Mattino di Verona aveva già raccontato nei giorni scorsi: Cibo non è più soltanto una vicenda giudiziaria, ma è diventato un caso politico.
Il writer celebrato per il suo impegno civico con murales di frutta e verdura, proposto in passato per riconoscimenti pubblici e recentemente ospitato in iniziative istituzionali, oggi deve spiegare davanti alla giustizia una coltivazione di cannabis di dimensioni certamente non trascurabili.
Non c’è, allo stato, un’accusa di spaccio. C’è però un arresto convalidato, ci sono coltivazione e detenzione ancora contestate, ci sono oltre 60 chili di piante sequestrate e c’è un processo fissato per il 19 novembre.
Sarà quella la sede nella quale distinguere definitivamente le suggestioni politiche dai fatti penalmente rilevanti.
E soprattutto capire quanta cannabis fosse effettivamente ricavabile da quella coltivazione e se la spiegazione dell’uso esclusivamente personale e terapeutico reggerà al vaglio del processo.

















