Home Articoli Cibo, i post dell’odio che mettono in crisi il presunto “artista”

Cibo, i post dell’odio che mettono in crisi il presunto “artista”

Condividi


Condividi

La lite di Ferragosto a San Giovanni Lupatoto, denunciata da Pier Paolo Spinazzè, in arte Cibo, resta una vicenda tutta da chiarire. Ci sono ricostruzioni opposte, accertamenti in corso e un principio che non può essere negoziato: nessuno può essere aggredito, minacciato o colpito per le proprie idee.

Ma proprio mentre si costruisce attorno a Cibo l’immagine della vittima dell’intolleranza, emergono alcuni screenshot di post pubblicati da un profilo Facebook che reca il suo nome e la sua immagine. Post gravissimi, che attendono una conferma diretta dell’interessato ma che, se autentici, restituiscono il ritratto di una persona molto diversa dal paladino della civiltà raccontato in questi giorni.

Non è un processo sommario e non è una sentenza. È una domanda di coerenza. Perché nei contenuti allegati compaiono sessismo, insulti, disprezzo per le vittime di bullismo, richiami intollerabili alla Shoah, attacchi violenti contro persone e avversari politici. E chi fa della lotta all’odio la propria cifra pubblica non può sottrarsi a un chiarimento.

Il primo post è forse il più esplicito sul piano sessista. Una fotografia di una donna in minigonna è accompagnata dalla frase:

“Tra una escort e una puttana ci sono pochi centimetri di gonna”.

Non c’è satira politica, non c’è critica sociale, non c’è ironia. C’è una donna giudicata e insultata in base a come veste. Un messaggio che riproduce esattamente quella cultura sessista contro cui Cibo dichiara di battersi.

Un altro post sembra liquidare il tema del femminicidio con sarcasmo:

“Maaaaa… perché un omicidio è più grave se muore una donna? Questo è il sessismo peggiore, quello che ti ci abitui!”

Anche qui il problema è evidente. Il femminicidio non è la morte “più grave” di una donna, ma un fenomeno criminale con una matrice specifica, che colpisce donne in quanto donne. Fingere di non comprenderlo o ridurlo a uno slogan ribaltato è una scelta ideologica, non un contributo al confronto.

Poi c’è il post sullo Stato di Israele e sulla Comunità ebraica di Roma:

“Il mulo dice alla vacca ti puzza il culo. Stato ebraico sieg heil!”

Questa frase, se effettivamente scritta da Spinazzè, è inaccettabile. Criticare il Governo israeliano è legittimo; associare lo Stato ebraico al saluto nazista e alla sua mostruosa storia non lo è. È un accostamento che può legittimamente essere percepito come antisemita e che richiede una spiegazione inequivoca.

Il bersaglio non sono solo donne, ebrei o avversari politici. In un altro post attribuito al profilo compare un attacco personale contro Woody Allen, con parole che travalicano qualsiasi critica:

“Sei una persona di merda! […] Quando muori si apre il prosecco”.

È il linguaggio dell’odio personale: non discutere un’opera, un comportamento o una tesi, ma augurarsi la morte di qualcuno e celebrarla preventivamente.

Lo stesso schema compare contro Flavio Tosi, definito in un post:

“Il merda, sempre più zombie, con meno dignità di una iena”.

La critica politica può essere ferma e persino durissima. Ma la sistematica degradazione dell’avversario, la trasformazione della persona in “merda”, “zombie” o animale, è precisamente quel linguaggio disumano che una figura pubblica responsabile dovrebbe contrastare.

Contro Matteo Salvini, all’indomani dell’esplosione di una bomba davanti alla sede della Lega di Villorba, compare invece questa frase:

“Salvini improvvisati anche artificiere! Magari dai al paese la luce che brami”.

Il riferimento è quantomeno inquietante: una battuta su un attentato dinamitardo rivolto a una sede politica. Non è il lessico di chi combatte l’odio, ma di chi sceglie di giocare con la violenza quando il bersaglio è quello “giusto”.

Ancora più esplicito il messaggio indirizzato a Mario Adinolfi:

“Ma una raccolta soldi per rapire Adinolfi e dargli talmente tanti schiaffi da levargli le impronte digitali?! No?!”

Il rapimento e il pestaggio non sono immagini retoriche leggere. Sono reati, violenza, intimidazione. Trasformarli in una battuta social non rende il contenuto meno grave.

Ma il post che più colpisce riguarda bullismo, suicidio e violenza in rete. Il testo attribuito a Spinazzè recita:

“Se sei un perdente e ti suicidi, sono forse cazzi miei?”

E aggiunge:

“I bulli esercitano il loro diritto alla parola, la suicida esercita il suo diritto alla morte”.

Qui non c’è spazio per relativismi. Il bullismo e il suicidio, soprattutto tra i giovani, sono drammi reali che lasciano famiglie spezzate e comunità ferite. Quel cinismo, se confermato, è incompatibile con qualsiasi pretesa di sensibilità civile.

In un altro post, parlando di eroina e dipendenze, compare poi la frase:

“Se sei un perdente, o vuoi distruggerti, o semplicemente divertirti, hai la mia massima approvazione”.

Una provocazione, forse. Ma anche le provocazioni hanno un peso, soprattutto quando banalizzano dipendenza, fragilità e percorsi di recupero. Non è affatto irrilevante che il bersaglio del post sia anche il lavoro di realtà come San Patrignano, impegnate ogni giorno accanto a persone e famiglie segnate dalla tossicodipendenza.

C’è poi l’attacco generalizzato agli elettori di Lega e Movimento 5 Stelle:

“Se votasse solo chi ha almeno un Q.I. medio, Lega e M5S scomparirebbero!”

È la solita scorciatoia di chi non confuta idee, programmi e scelte politiche, ma considera intellettualmente inferiori milioni di italiani. Un elitismo sprezzante che non ha nulla a che vedere con il confronto democratico.

Il post successivo allarga il bersaglio a Facebook e ai suoi utenti:

“Facebook è quell’enorme cesso dove ogni stronzo può comodamente galleggiare. Fatevi una vita”.

Anche qui, l’insulto seriale prende il posto dell’argomento. Non un fatto isolato, ma un modo ricorrente di stare nel dibattito pubblico: colpire, deridere, umiliare, disprezzare.

Tutto questo impone a Pier Paolo Spinazzè un chiarimento immediato e preciso. Quei post sono suoi? Sono stati alterati? Sono stati estrapolati? Li rinnega? Li considera ancora oggi compatibili con la sua attività pubblica?

In attesa della risposta, una domanda resta sul tavolo. È credibile attribuire meriti civili e riconoscimenti pubblici a un soggetto che, se questi contenuti verranno confermati, sembrerebbe avere costruito la propria visibilità non sulla coerenza, ma su insulti, provocazioni e ricerca costante di notorietà?

La lotta contro l’odio è una cosa troppo seria per diventare il palcoscenico di chi, mentre condanna l’intolleranza degli altri, sembra praticarla sulla propria bacheca.

Verona non ha bisogno di personaggi di questo calibro.

Canis Grandis



Ti potrebbe interessare...

Fiera del Riso, Isola della Scala riparte da un chicco

Dal 17 settembre al 13 ottobre torna la grande festa del Riso...

Ciclabili, la Provincia accelera: nasce un ufficio dedicato e arriva il piano strategico

La Provincia di Verona punta sulla mobilità lenta e prepara una struttura...

Arriva il Tocatì 2026, Verona torna a giocare: tutte le modifiche alla viabilità

Dal 18 al 20 settembre torna a Verona il Tocatì – Festival...

Industria europea, Verona al centro con Urso e Polato

Verona ospita il confronto tra Governo, Parlamento europeo e categorie economiche sulle...

“Autospurgo