Ogni mese la FAO aggiorna l’andamento del Food Price Index, cioè dell’indice del Prezzo del Cibo.
Nel bollettino rilasciato il 7 Agosto 2026 la FAO dice che il prezzo del cibo è salito complessivamente, come si può evincere dal fatto che l’ indice in questione sia salito dello 0,7 per cento rispetto al mese precedente e si sia assestato sui 131,1 punti. Nonostante questo aumento i prezzi del cibo rimangono sostanzialmente al di sotto del picco registrato nel 2022.
L’incremento dei prezzi non è omogeneo per le varie tipologie di prodotti.
Il prezzo dello zucchero è cresciuto di 5,1 punti, quello dei cereali è cresciuto di 3,8 punti, quello dell’olio di 3,7 punti, mentre quello dei latticini è sceso di 0,8 punti e quello della carne di 3,6 punti.
Cosa sia responsabile dell’incremento dei prezzi è evidente: i conflitti e l’instabilità geopolitica a livello mondiale, fanno aumentare il prezzo dei combustibili/carburanti fossili e questo si traduce poi in un incremento del prezzo dei prodotti alimentari.
Come evidente è il problema, con le sue cause, altrettanto evidente è la soluzione. Da un lato ci si deve attivare, sul piano diplomatico, per pacificare i conflitti in corso e ristabilizzare l’ordine mondiale, dall’altro ci si deve attivare per raggiungere, nei limiti del possibile, l’autosufficienza alimentare.
In un mondo perfettamente globalizzato in cui, i traffici commerciali non si inceppano, si può tranquillamente abbandonare la produzione e far affidamento sulle importazioni. In un mondo che si sta velocemente deglobalizzando, far affidamento sulle importazione è un rischio che nessun governo saggio dovrebbe correre.
Perfino un paese ricchissimo come Singapore (Prodotto Interno Lordo pro capite: 98814 dollari contro i 43308 dollari del PIL pro capite italiano) si è impegnato e si sta impegnando ad incrementare la produzione agricola. E se lo fanno a Singapore, forse dovremmo pensarci anche in Italia.
Riccardo Pelizzo
Professore e Dean, Graduate School of Public Policy, Nazarbayev University


















