La notizia ha colpito come un placcaggio a freddo. Giovedì scorso la presidente Raffaella Vittadello ha annunciato che al termine della stagione 2025/2026 il Verona Rugby chiuderà il proprio percorso. Una scelta che ha lasciato senza parole famiglie, tifosi, tecnici e tutta la comunità sportiva scaligera.
Parole pesanti, che non hanno bisogno di interpretazioni: “Ho deciso che non andrò avanti con questo progetto e che, al termine della stagione sportiva 2025/2026, il club chiuderà il proprio percorso.”
Una frase che segna uno spartiacque.
Un progetto nato per cambiare le regole
Nella lettera aperta, Vittadello parla di un modello alternativo, fondato su merito, crescita dei giovani, qualità delle strutture e dignità del lavoro degli atleti. Un progetto che ambiva a offrire opportunità a chi restava fuori dai circuiti federali tradizionali.
Scrive ancora: “Abbiamo costruito un ambiente serio, esigente, formativo.”
E poi l’ammissione più amara: “Abbiamo spesso dovuto lavorare in isolamento, senza un reale riconoscimento della bontà del modello.”
Il quadro che emerge è quello di un’esperienza intensa, ambiziosa, ma ostacolata. Una battaglia portata avanti per anni e che oggi si ferma, non per mancanza di idee, ma per mancanza di condizioni.
L’impianto e il futuro: cosa succede ora?
In città si parla molto del futuro dell’impianto. È noto che la proprietà dell’Hellas Verona, il fondo Presidio Investors, abbia mostrato interesse concreto per l’area, con l’obiettivo di destinarla alle proprie attività legate al calcio.
Se così fosse – e molti danno ormai per acquisita questa prospettiva – l’impianto potrebbe cambiare pelle. È una dinamica imprenditoriale comprensibile, in un sistema sportivo sempre più orientato alla concentrazione delle risorse.
Ma c’è un punto che va detto con chiarezza: anche se il campo dovesse cambiare destinazione, ciò che non può essere perso è il patrimonio sportivo, culturale e sociale del rugby a Verona.
Dal CUS al Verona Rugby: una storia che parte dal 1963
Il Verona Rugby non nasce dal nulla. È, dal 2016, la prosecuzione della storia del glorioso CUS Verona, fondato nel 1963 come sezione della polisportiva dell’ateneo scaligero.
Nel 2016 il CUS cedette il titolo sportivo di Serie A alla neoformata società, dando continuità a una tradizione lunga oltre sessant’anni.
Parliamo di generazioni di ragazzi cresciuti con l’ovale in mano. Di allenamenti sotto la pioggia. Di terzi tempi che sono scuola di vita prima ancora che momento conviviale. Di uno sport che insegna rispetto, disciplina, spirito di squadra, lealtà.
Valori che non possono traslocare altrove.
Il rugby è identità, non solo classifica
La chiusura annunciata dalla presidente non cancella il lavoro fatto. Lo dice lei stessa: “La chiusura del club non cancella il valore del percorso fatto.”
Ed è vero. Ma ora la domanda è un’altra: chi raccoglierà quel testimone?
Verona è una città che vive di calcio, certo. Ma è anche una città che ha saputo costruire nel tempo una cultura rugbistica solida, riconosciuta a livello nazionale. Perdere una realtà come questa significherebbe impoverire il tessuto sportivo cittadino.
Non è solo una questione di categoria o di risultati. È una questione di identità sportiva.
Un segnale da non ignorare
Nella sua lettera, Vittadello scrive: “Spero davvero che questa scelta […] possa diventare un segnale. Un impulso a cambiare.”
Forse è questo il punto. La chiusura del Verona Rugby non può essere archiviata come una semplice vicenda societaria. È un campanello d’allarme per tutto il sistema sportivo locale.
Impianti, investimenti, strategie: tutto legittimo. Ma senza comunità, senza giovani, senza cultura sportiva, resta solo il business.
E Verona, questo, non può permetterselo.
Il sogno di una presidente si interrompe. Quello del rugby veronese, invece, deve trovare il modo di continuare.













