Il Veneto corre su quattro ruote. E lo fa con numeri da record. Ma mentre le auto aumentano – e invecchiano – le autofficine chiudono. Un cortocircuito economico e sociale che racconta molto di come sta cambiando il settore dell’auto.
Secondo l’Ufficio studi della CGIA, l’Italia è il Paese europeo con la più alta densità di automobili: 701 vetture ogni mille abitanti. Sette auto ogni dieci persone. In Veneto il dato è in linea con la media nazionale, ma alcune province fanno ancora di più: 721 auto ogni 1.000 abitanti a Rovigo, 709 a Belluno, 708 a Treviso e 706 a Vicenza. Sotto la media nazionale invece Verona (698), Padova (679) e Venezia (591).
E non è finita. Le auto continuano ad aumentare. Nel 2014 in Veneto circolavano 2.983.814 autovetture. Nel 2024 sono diventate 3.302.750: oltre 319mila in più, pari a un +10,7%. A Verona l’incremento è stato del +12,4% (+71.746 vetture), a Treviso del +11,9% (+65.915).
Auto sempre più vecchie
Non solo tante, ma anche anziane. L’Italia ha il parco auto più vecchio tra i grandi Paesi dell’Unione Europea. Il 24,3% delle vetture ha più di vent’anni. Peggio fa solo la Spagna (25,6%). Francia e Germania sono lontane: rispettivamente 12,5% e 10%.
In Veneto il dato medio si ferma al 18,5%, ma con punte del 21,2% a Rovigo e del 19,6% a Vicenza. Tradotto: un’auto su cinque ha superato i vent’anni.
Logica vorrebbe che con tante auto – e così datate – aumentassero anche carrozzieri, autofficine, gommisti ed elettrauto. Invece accade il contrario.
Autofficine in calo: -10,4% in dieci anni
Nel 2024 in Veneto si contavano 5.630 autoriparatori. Dieci anni prima erano 6.281. Ne sono spariti 651, con un calo del 10,4%.
Le province più colpite? Belluno (-15,4%), Venezia (-13,9%), Rovigo (-11,6%) e Treviso (-10,3%).
Un dato che fotografa una trasformazione strutturale del settore.
Perché chiudono le officine?
Le cause sono diverse e si intrecciano tra loro.
Costi di gestione alle stelle. Affitti, bollette, smaltimento rifiuti speciali, assicurazioni, normative ambientali e sicurezza sul lavoro pesano sempre di più. Le piccole attività artigianali, spesso a conduzione familiare, faticano a reggere.
Margini ridotti. I clienti cercano il prezzo più basso e comprano online i pezzi di ricambio, comprimendo i ricavi delle officine.
Auto sempre più tecnologiche. Centraline, sensori ADAS, software di diagnosi, veicoli ibridi ed elettrici richiedono strumenti costosi e formazione continua. Non basta più la chiave inglese: servono competenze informatiche e investimenti importanti. Molte piccole realtà non riescono a sostenerli.
Mancanza di ricambio generazionale. I giovani si allontanano dai mestieri artigiani. Orari lunghi, lavoro fisico e responsabilità non attirano. Così, quando il titolare va in pensione, spesso l’attività chiude.
Concorrenza delle grandi reti. Concessionarie e catene organizzate offrono pacchetti di manutenzione e promozioni grazie alle economie di scala. Per l’indipendente è difficile competere.
Infine, le auto moderne richiedono meno manutenzione ordinaria: intervalli di tagliando più lunghi e componenti più durevoli significano meno interventi e meno entrate.
Un settore da salvare
Il quadro è chiaro: tante auto, sempre più vecchie, ma meno officine pronte a ripararle. Senza incentivi alla formazione tecnica, sostegni agli investimenti e una reale valorizzazione del mestiere artigiano, il rischio è di assistere a un’ulteriore desertificazione del comparto.
E con un parco auto così vasto e anziano, il problema potrebbe presto riguardare tutti.













