Scoppia il caso Mestre dopo le accuse lanciate da Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, nei confronti dell’imam Amir Mahdawi. Al centro della polemica ci sarebbero “raduni non autorizzati, propaganda politica mascherata da religione e attacchi al Governo e alle istituzioni”, attività che Borchia definisce “gravi e inaccettabili”.
Il leghista ha scritto al Prefetto di Venezia, Darco Pellos, chiedendo approfondimenti e chiarimenti sull’operato dell’imam e dell’ambiente religioso che lo circonda: “Ho chiesto formalmente se siano in corso attività di vigilanza e quali misure eventualmente si intenda adottare”.
Per Borchia non si tratta di un caso isolato: “A Mestre, come in altre città, esiste un problema di tenuta sociale frutto di anni di lassismo e zone grigie tollerate da chi, a sinistra, parlava solo di inclusione senza regole”. Il messaggio è chiaro: tolleranza sì, ma con dei limiti precisi.
“L’integrazione non deve diventare un alibi per tollerare chi fomenta odio, discrimina le donne e rifiuta i valori della nostra società”, avverte l’eurodeputato, ribadendo che “la libertà di culto è sacra, ma non può essere strumentalizzata per fare militanza ideologica contro i nostri valori”.
Un intervento che promette di riaccendere il dibattito sul ruolo dei luoghi di culto islamici e sulle politiche di integrazione nel territorio veneziano e non solo.













