Riccardo Pelizzo
(Professor and Vice Dean for Academic Affairs | Nazarbayev University | Graduate School of Public Policy)
Per Guenon, Heidegger, Schmitt e Spengler il mondo stava andando incontro ad una crisi, ma sebbene su questo i quattro pensatori si trovassero in sostanziale accordo, molto minore era l’accordo su cosa si dovesse intendere come ‘mondo’, su cosa si dovesse intendere come “crisi”, e sul perché il “mondo” si stesse dirigendo con velocità crescente verso la “crisi”.
Vari tipi di crisi dell’Occidente
Per Spengler la crisi consiste in quello che egli chiama il Tramonto dell’Occidente (1918-1922), e sotto l’influsso spengleriano, anche Heidegger, direi, si immagina o profetizza un tramonto dell’Occidente. Per entrambi la crisi o il tramonto ha a che fare con il mutato rapporto fra l’uomo e la tecnica, con il fatto che la tecnica, un tempo subordinata all’uomo, si affranca e anziché rimanere uno strumento nelle mani dell’uomo, diventa un fine in sé e per sé, con il conseguente trionfo di concezioni del mondo di stampo materialistico e il progressivo oblio di quella, importante, dimensione spirituale che fa dell’uomo un uomo.
L’Heidegger, interprete di Nietzsche[1], discute il modo in cui la tecnica ed una concezione tecnicistica del sapere portino eventualmente ad un tramonto di una civiltà che di fatto finisce col il dimenticare sé stessa; e il “pensatore dell’essere” discute la questione filosoficamente.
Spengler invece esplora anche la dimensione materiale della crisi e del tramonto. Ne L’Uomo e la Tecnica (1931) Spengler dice due cose che si sono rivelate, anche se in anni molto posteriori, corrette: la prima è che la crescente automazione dei processi di produzione industriale finisce con il creare disoccupazione; la seconda è che esportando in Paesi in cui il costo della vita e della manodopera è più basso, si delocalizza la produzione. Questo comporta la conseguenza che mentre nei Paesi precedentemente avanzati l’economia rallenta e la disoccupazione cresce, nei Paesi precedentemente meno sviluppati l’economia si mette a crescere velocemente, e i rapporti di forza tra questi due gruppi di Paesi subiscono una trasformazione radicale o un ribaltamento – fatto questo che è esattamente ciò a cui Spengler allude quando parla di “tramonto dell’Occidente”. L’Occidente, o più precisamente l’Europa, tramonta in parte perché tutti i cicli storici, tutti i sistemi, che hanno un inizio, si sviluppano, raggiungono un picco, iniziano a declinare ed eventualmente finiscono; ma l’Occidente tramonta anche perché sono in atto le perniciose conseguenze dell’automazione dei processi di produzione sopra descritti.
Per Carl Schmitt la crisi mondiale è la crisi dell’ordinamento globale in cui l’Europa era, per usare impropriamente un’espressione che Guenon usa in contesto completamente diverso, l’ombelico del mondo. La crisi mondiale è la crisi dell’Europa, che, a sua volta è il risultato della crisi dello Jus Publicum Europeum e della trasformazione del nomos della terra[2].
Ed infine c’è Guenon, l’unico non tedesco dei quattro autori qui discussi, per il quale la crisi imminente a cui il mondo, ovvero l’Europa, va incontro, è una crisi scatenata dal sovvertimento dei valori tradizionali e della gerarchia (naturale), dall’illusione tipica del socialismo utopico, da Campanella in poi, secondo la quale tutti possono far tutto. Al contrario per il Guenon di Autorità Spirituale e potere temporale “ciascun uomo, in virtù della propria natura, è adatto a esercitare funzioni definite ad esclusione di altre”[3], per cui uno fa quello che deve fare “e si trova nel posto che deve occupare secondo la norma, e l’ordine sociale traduce così i rapporti gerarchici che derivano dalla natura stessa degli esseri”[4].
Ognuno deve fare quel che sa fare o che è nato per fare; in base a quello che uno sa fare, occupa un determinato posto nella società, e dalla naturale distribuzione degli uomini nei vari posti, nasce quasi da sé la gerarchia ed un ordine sociale organico ed è proprio quando si ignora questa gerarchia sociale ordinata per natura, in nome della “teoria ‘egalitaria’ tanto cara al mondo moderno”[5] che si finisce con l’avere solo “disordine e confusione”[6].
Insomma per Guenon, il mondo che va in crisi è fondamentalmente quello europeo; la crisi è rappresentata da disordine e confusione, che sono a loro volta causate dal sovvertimento dell’ordine sociale e della gerarchia, sovvertimento voluto in nome della teoria egalitaria; la soluzione è rappresentata dalla “restaurazione dello spirito tradizionale”[7].
Per Schmitt, il mondo che va in crisi è sempre l’Europa e l’insieme di regole che l’Europa aveva istituzionalizzato per un mondo in cui il vecchio Continente si trovava ad essere in una posizione dominante, se non perfino egemonica.
Per Heidegger e Spengler, il mondo che entra in crisi è l’Europa la quale a causa della trasformazione del rapporto fra l’uomo e la macchina, della meccanicizzazione delle fabbriche e della delocalizzazione della produzione nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, si trova con economie meno performanti, con un tasso crescente di disoccupazione, e con un uomo che sopravvive ed esiste nella misura in cui è necessario per far funzionare una macchina da cui invece dovrebbe farsi servire/aiutare, e che pertanto ha perduto la propria ragion d’essere ed è stato strappato dalla propria sfera spirituale.
Attualità delle analisi e previsioni di Schmitt e Spengler
Guenon, Heidegger, Schmitt e Spengler scrivevano nel secolo scorso, per lo più nell’intervallo fra il primo e il secondo conflitto mondiale che sancì la definitiva marginalizzazione dell’Europa, la creazione di un ordine mondiale bipolare, guidato da due potenze antitetiche e per molti versi speculari. [La specularità non era solo dovuta al fatto che sia gli USA che l’URSS avessero grande estensione geografica, un assetto più o meno federale, economia prevalentemente industriale, abbondanza di risorse naturali, strapotenza militare, ambizioni egemoniche a livello sia regionale che globale; la specularità era soprattutto dovuta al fatto che in entrambi i Paesi – nonostante le differenze cosmetiche e talvolta anche sostanziali fra il consumismo capitalista e l’economia di stato di stampo sovietico – il materialismo dominante reprimeva la spiritualità dell’uomo.]
Negli anni dell’immediato dopoguerra, del secondo dopoguerra, gli scritti di Heidegger e di Schmitt sono stati messi all’indice a cause della contiguità ideale fra il pensiero dei due studiosi e quello del Regime nazista, per poi essere lentamente riscoperti da quegli studiosi (postmoderni) impegnati a decostruire l’ordine liberale o liberal-democratico.
Cosa rimane di valido nel pensiero di Guenon, Heidegger, Schmitt e Spengler? O meglio quanto funziona la loro disamina della crisi per questa nuova Europa di inizio XXI secolo?
Difficile parlare di un’attualità di Guenon. I suoi scritti al momento sembrano terribilmente inattuali. La teoria egalitaria si è rafforzata molto di più di quanto Guenon potesse immaginare e/o temere. Oggi, la teoria e la prassi egalitaria ci dice che siamo tutti uguali, che siamo uguali davanti alla legge, che la legge è uguale per tutti, che tutti hanno gli stessi diritti (e forse gli stessi doveri, ma di doveri si sente spesso parlare poco), che tutti possiamo votare ed essere eletti, che tutti abbiamo il diritto all’istruzione, che il sapere deve essere alla portata di tutti, che la scienza, la medicina, l’educazione devono essere democratiche come lo sono i nostri ordinamenti politici, che le differenze di genere devono essere abolite, che le discriminazioni sulla base di differenze di genere devono essere perseguite e sanzionate, e che la ricchezza debba essere redistribuita, così da avere una più equa (e più giusta, dal punto di vista egalitario) distribuzione del reddito e della ricchezza. Pertanto, alla luce di un ethos equalizzatore, che spinge i teorici radicali della democrazia a dire che il pluralismo politico non basta, perché quel che serve è una continua pluralizzazione, è difficile se non impossibile parlare di una attualità di Guenon.
L’ordinamento mondiale, il nuovo ordine mondiale, non lascia grande spazio all’Europa. Negli anni della Guerra Fredda e dell’Ordine Bipolare, l’Europa era divisa in due parti – una allineata con gli USA, l’altra sotto l’influenza sovietica. Entrambe le parti erano fondamentalmente ininfluenti a livello globale. La fine della guerra fredda, la fine dell’ordine bipolare, l’emersione di un ordine mondiale fondamentalmente unipolare incentrato sugli USA e i loro interessi, l’istituzionalizzazione di una vera e propria Unione Europea dotata di una sua moneta, la crescente virulenza del terrorismo internazionale e la lotta al terrorismo internazionale, non hanno minimamente inciso sull’ordine mondiale e non hanno minimamente contribuito ad accrescere l’influenza politica dell’Europa su tale ordine. Con la fine del secondo conflitto mondiale l’Europa diventa irrilevante, e così è rimasta. Nel comprendere le cause di questa irrilevanza, le analisi di Schmitt rimangono a tutt’oggi attualissime.
E poi c’è Spengler che, ci sembra, è il più attuale di tutti. Spengler diceva che l’automazione o meccanicizzazione dei processi produttivi avrebbe comportato un numero crescente di disoccupati. La meccanicizzazione comporta disoccupazione, la delocalizzazione della produzione peggiora ulteriormente le prospettive occupazionali a livello nazionale, e la digitalizzazione potrebbe rendere superflui molti dei pochi lavori rimasti da fare.
In uno studio, uscito nel 2013, Frey e Osborne hanno stimato che la computerizzazione di 702 occupazioni mette a rischio il 47 per cento dell’occupazione totale per un Paese come gli Stati Uniti. Quel che è peggio, è che l’impatto della computerizzazione sull’occupazione non sarà omogeneo, ma darà vita ad un mercato del lavoro altamente polarizzato “con crescente (opportunità di) impiego nei lavori cognitivi ad alto reddito e nelle occupazioni manuali a basso reddito, con una scomparsa dei lavori di routine a reddito medio”[8]. Non tutte le professioni corrono lo stesso rischio di diventare desuete. Dicono Frey e Osborne: “il 47 per cento dei lavori dell’occupazione totale negli USA è, a detta della nostre stime, nella categoria ad alto rischio”[9] ovvero potrebbero diventare desueti in un decennio o poco più.
Se automazione e, un domani, la digitalizzazione (la computerizzazione e l’ automatizzazione) rendono inutili molti lavori e professioni, questo comporta che in molti Paesi industrializzati si potrebbe assistere ad un ulteriore incremento del tasso di disoccupazione.
Ma Spengler non diceva solo che l’Occidente, a causa del mutato rapporto fra l’uomo e la tecnica, si sarebbe dovuto confrontare con un numero crescente di disoccupati, ma diceva anche che con la delocalizzazione della produzione si sarebbe assistito ad un rallentamento delle economie europee e, per converso, ad una accelerazione del tasso di crescita delle economie di quei Paesi, dove la tecnologia per produrre è stata portata.
Ora, se si guardano i dati relativi al tasso annuale di crescita del Prodotto Interno Lordo, si vede che le economie europee hanno rallentato. Non solo, come Spengler aveva predetto, alcune ex colonie, come Singapore, sono oggi (e da ormai qualche anno) più ricche della potenza europea alla quale erano un tempo assoggettate.
Pertanto, non c’è dubbio che la crisi di cui Spengler aveva parlato – una crisi occupazionale, economica, geopolitica – si sia verificata e si stia verificando esattamente come Spengler aveva previsto.
Come si vede, molto di quello che questi studiosi avevano ipotizzato, buona parte delle loro considerazioni si sono rivelate corrette, e l’Europa ha in effetti perso rilevanza da un punto di vista geo-politico e ha subito un rallentamento del tasso di crescita economica; con la delocalizzazione delle aziende ha visto crescere e consolidarsi su livelli elevati il tasso di disoccupazione; ha visto le economie dei Paesi emergenti crescere ad un tasso molto superiore al proprio fino a diventare degli attori economici più importanti di quanto lo siano tanti Paesi europei a livello individuale.
L’indebolimento geo-politico, frutto di una seconda guerra mondiale in cui la vittoria statunitense sui Paesi dell’Asse ha sancito che il baricentro mondiale si spostasse dall’Europa al continente americano, è andato di pari passo all’indebolimento economico. Le economie di buona parte dei Paesi europei, dopo un periodo di grande dinamismo, sono andate incontro ad un continuo – e da quel che si può capire – inesorabile rallentamento. Per contro, le economie asiatiche hanno mantenuto un alto tasso di crescita, sia nella regione del Sud Est Asiatico (Indonesia, Malasia, Singapore), sia nell’Asia meridionale dove si è avuta una notevole crescita dell’economia indiana, sia in Cina che da molti anni è, da sola, il vero motore dell’economia mondiale.
Altri motivi di crisi dell’Europa
Vi sono molti motivi di attualità nei quattro studiosi che abbiamo discusso. Ma la crisi dell’Europa non è solo un problema di carattere geopolitico, economico, e/o occupazionale. La crisi dell’Europa, cosa che Guenon, Heidegger, Schmitt e Spengler non avevano ipotizzato, è anche e soprattutto una crisi di tipo demografico.
Quella demografica rappresenta una crisi vera e propria per due motivi.
Il primo é che le società europee, in misura minore o maggiore, sono invecchiate. Nel 1960 i sessantacinquenni o gli ultra-sessantacinquenni rappresentavano il 7 per cento della popolazione croata, il 7 per cento di quella finlandese, l’8 per cento di quella greca, e il 9 per cento di quella italiana. Nel 2016, i sessantacinquenni e gli ultra-sessantacinquenni rappresentavano il 19 per cento della popolazione croata, il 21 per cento di quella finlandese, il 22 per cento di quella greca e il 23 per cento di quella italiana. La percentuale di anziani si è più che raddoppiata in tre di questi quattro Paesi, mentre in Finlandia si è letteralmente triplicata. L’invecchiamento delle società rappresenta un ovvio rischio per le società europee non solo perché se vi sono troppi anziani, i costi dell’assistenza sanitaria e del trattamento pensionistico possono diventare insostenibili e mettere a repentaglio la tenuta degli stessi sistemi politici, ma anche e soprattutto perché quando le società invecchiano, non hanno più molto da vivere.
Il secondo motivo è che a causa dei problemi rinvenibili in misura minore o maggiore in molti Paesi africani (instabilità politica, povertà, degrado ambientale, crisi alimentare e carestie, guerre civili, terrorismo,…), milioni di africani cercano di fuggire dal proprio Paese e dal proprio continente per cercare rifugio non solo nei Paesi limitrofi, ma anche in Europa. L’afflusso di milioni di migranti – un afflusso che secondo alcune stime potrebbe coinvolgere fino ad una persona su nove – rappresenta un secondo elemento di criticità per le società europee. Non solo perché con la morte dei vecchi europei e l’afflusso di milioni di migranti, le società europee, che per la maggior parte sono state etnicamente piuttosto omogenee, si troveranno ad essere in misura crescente società multi-etniche, ma soprattutto perché in mancanza di un processo di integrazione, principalmente culturale, che trasformi i nuovi venuti in europei, si de-europeizza l’Europa, si fa perdere all’Europa quel poco che le resta del senso di sé, della sua storia, dei suoi errori, dei suoi orrori, ma anche delle sue conquiste, e della sua civiltà.
Dei motivi di crisi di cui come europei ci si dovrebbe preoccupare, la de-europeizzazione cultuale è forse il motivo più grave. La marginalità geo-politica è una funzione della nostra crescente marginalità economica. L’Europa cresce sempre più lentamente per vari motivi, tra i quali il fatto che il capitale, dopo la liberalizzazione dei mercati, ha la libertà di potersi spostare in Paesi e destinazioni che promettono e, in molti casi, assicurano un più alto ritorno sugli investimenti. Le aziende delocalizzano, cioè portano la produzione altrove, il capitale si sposta, la crescita rallenta, l’occupazione cala, la nuova tecnologia anche quando crea alti profitti – non creando occupazione – non riesce sempre a distribuire la ricchezza che produce. Come risultato, l’economia europea rallenta, o cresce meno velocemente, e l’Europa perde rilevanza geopolitica. Ma, senza voler minimizzare il problema, un miglioramento delle condizioni economiche, un’ accelerazione della crescita per un certo numero di anni, potrebbero ridonare all’Europa quella importanza geo-politica che oggi sta perdendo o forse ha già perso anche per motivi economici.
L’ossessione tecnologista, come tutte le ossessioni, è destinata a passare, perché le tecnologia, nonostante oggi sia vista e celebrata come un fine in sé, non è e non può essere tale. Migliora o in molti casi semplifica la nostra vita, a cui però non riesce a dare un senso. L’euforia tecnologista, generata dalla nuove tecnologie informatiche, è la versione 2.0 dell’ansia scientista che aveva caratterizzato l’Europa di fine Ottocento. E, come allora i limiti dello scientismo vennero messi a nudo aprendo un dibattito sulla crisi a cui si è fatto sopra riferimento, è abbastanza plausibile ipotizzare che prima o poi anche in questa nostra società post-moderna, i limiti dello tecnologismo vengano messi a nudo e che la gente capisca che per vivere una vita vissuta veramente, lo smartphone o la velocità della connessione internet non bastino.
La trasformazione demografica prodotta dall’invecchiamento delle società europee e dall’afflusso di milioni di migranti, tra le varie criticità discusse qui, è la più complessa, la più difficile da gestire, e quella dagli effetti potenzialmente più devastanti. Una tale trasformazione, se non gestita bene – e c’è ogni tipo di indicazione del fatto che questa trasformazione non stia venendo gestita bene – può snaturare l’Europa, facendole perdere ciò che aveva di caratteristico la sua civiltà, e il senso di sé.
L’insostituibile ruolo culturale dell’Europa
Cos’è che ha distinto l’Europa da altre civiltà? Lo spiega, ottimamente, Anthony Pagden nel suo Peoples and Empires (2001)[10]. In questo volumetto, Pagden diceva che la differenza fra gli europei e gli altri, fra gli imperi europei e quelli creati da popoli non europei era molto semplice e molto chiara. I popoli e gli imperi non europei erano poco rispettosi della cultura dei popoli che assoggettavano, che di fatto veniva spesso cancellata. E per usare un esempio che Pagden non cita, ma che illustra bene il suo ragionamento, basta pensare alla spedizione marocchina nell’Impero Songhai che all’epoca – cioè verso la fine del XVI secolo – vantava un livello di sviluppo per molti versi paragonabile a quello dei Paesi europei. Eppure con l’invasione operata dalle truppe marocchine, che depredarono e saccheggiarono le città dell’Impero Songhai ed eliminarono quella presenza quasi-statuale che per secoli aveva garantito la sicurezza delle spedizioni trans-sahariane, una regione che per lungo tempo era stata prospera, colta, civilizzata, e intellettualmente sofisticata, si imbarcò sulla strada di un inesorabile declino, subì una marcata involuzione culturale, e perse la memoria della sua passata grandezza.
Gli imperi europei, dice Pagden, non hanno fatto così. Tanto è vero che quando Roma, anticamente, conquistò la Grecia, si disse che Grecia capta Romam cepit, cioè che la Grecia sottomessa catturò Roma; le tante, belle città italiane, che nella loro storia sono state conquistate da forze e Paesi stranieri, hanno preservato nei secoli la ricchezza della propria storia; e i Paesi europei hanno destinato parti spesso non insignificanti dei propri spazi museali per celebrare le culture e le tradizioni dei Paesi e dei popoli che avevano soggiogato.
L’Europa è stata nei secoli, nei millenni, una sorta di Atena, protettrice della cultura, sia di quella propria che di quella altrui. Se questa Europa scomparisse, la sua cultura rimarrebbe senza protezione, e una volta rimossi i freni culturali, non ci sarebbe nulla capace di fermare la corsa verso quell’abisso di disumanizzazione in cui il tecnologismo postmoderno, nelle sue varianti tecnocratiche, globaliste, e falsamente umanizzanti, ci sta gettando.
Riferimenti bibliografici
Frey, Carl Benedikt, e Osborne, Michael A.. “The future of employment: how susceptible are jobs to computerisation? Oxford University, Working Paper, 2013. http://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/downloads/academic/future-of-employment.pdf
Guenon, Renè. Autorità Spirituale e potere temporale, Adelphi Milano, 2014.
Heidegger, Martin. Nietzsche,: Adelphi Milano, 1994.
Pagden, Anthony. People and Empires, Modern Library New York, 2001.
Schmitt, Carl. Il nomos della terra, Adelphi Milano,1991.
Schmitt, Carl. Stato, Grande Spazio, Nomos, Adelphi Milano, 2015.
Spengler, Oswald. Il tramonto dell’Occidente, Longanesi Milano, 2008.
Spengler, Oswald. L’uomo e la tecnica, Guanda Milano, 1992.
[1] M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 1994, pp. 226-230.
[2] Carl Schmitt, Il nomos della terra, Adelphi Milano, 1991, pp. 287-305; Carl Schmitt, Stato, Grande Spazio, Nomos, Adelphi, Milano, 2015, pp. 215-sgg, 291-sgg, 303-sgg.
[3] Renè Guenon, Autorità Spirituale e potere temporale, Adelphi Milano, 2014, p. 22.
[4] Ibidem.
[5] Renè Guenon, Autorità Spirituale e potere temporale, Adelphi Milano, 2014, p. 21.
[6] Ibidem.
[7] Renè Guenon, Autorità Spirituale e potere temporale, Adelphi Milano, 2014, p. 16.
[8] Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, “The future of employment: how susceptible are jobs to computerisation? Oxford University, Working Paper, 2013, p. 14.
[9] Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, op. cit., p. 41.
[10] Anthony Pagden, Peoples and Empires, Modern Library New York,, 2001.













