La Consob ha sospeso per 30 giorni l’offerta pubblica di scambio (OPS) di Unicredit su Banco BPM, sollevando interrogativi sempre più pressanti sulla reale sostenibilità e legittimità strategica dell’operazione. La decisione, contenuta in una delibera pubblicata oggi, sospende un’operazione che fin dall’inizio aveva suscitato perplessità nel mondo politico e finanziario, oltre che all’interno della stessa Presidenza del Consiglio, che aveva già attivato lo scudo del golden power.
Nella stessa delibera si apprende che Unicredit ha presentato a Palazzo Chigi un’istanza per la riapertura del procedimento sul golden power, ricorrendo all’autotutela, ma senza rinunciare alla contestazione del provvedimento già adottato. “Senza fare acquiescenza al provvedimento e riservandosi nelle more ogni opportuna forma di tutela dei propri diritti e interessi, fa istanza affinché il procedimento sia riaperto”, si legge testualmente.
Ma il punto è un altro: quale logica industriale reale c’è dietro l’OPS?. L’operazione, presentata come una mossa di consolidamento, rischia di eliminare dallo scenario Banco BPM, una banca profondamente radicata nel Nord Italia e con un forte legame territoriale, per trasformarla in una mera pedina nei giochi di espansione di Unicredit.
A preoccupare è anche la mancanza di trasparenza sul piano occupazionale e sulle sinergie previste, che potrebbero tradursi in esuberi, chiusure di filiali e depotenziamento della presenza bancaria nei territori.
La sospensione decisa dalla Consob e il ricorso al golden power sembrano rivelare un retroscena ben più complesso: non una semplice operazione di mercato, ma un’azione che potrebbe alterare in modo profondo gli equilibri del credito italiano, con il rischio di impoverire ulteriormente il sistema bancario a vocazione territoriale in favore di logiche speculative e centraliste.













