Le bottiglie sono pronte, etichettate, imballate. Ma restano ferme in cantina. I vini della Valpolicella, incluso l’Amarone, sono ostaggio dell’incertezza: gli importatori americani non vogliono rischiare di spedire container che, una volta arrivati, potrebbero subire l’impatto dei dazi del 200% ipotizzati da Donald Trump.
“Gli ordini dagli Usa di gennaio e febbraio pre Vinitaly sono quasi tutti fermi”, conferma Piergiovanni Ferrarese, membro di giunta di Confagricoltura Verona e presidente nazionale della sezione vino dei Giovani di Confagricoltura. “Le cantine hanno già approntato i bancali, ma gli importatori attendono: temono che il prezzo delle bottiglie venga stravolto dai dazi”.
Nel mirino ci sono soprattutto i Valpolicella Classico, Superiore e il Ripasso, etichette di fascia media che potrebbero diventare invendibili sul mercato USA. L’Amarone, più costoso e destinato a consumatori di alta gamma, rischia meno. Ma gli ordini misti – che comprendono più tipologie di vino – bloccano tutto il sistema.
Eppure i segnali di ripresa non mancano. “Il prezzo dei container è tornato vicino ai livelli pre-Covid, i turisti americani stanno tornando numerosi in Valpolicella, e i magazzini oltreoceano saranno presto vuoti”, osserva Ferrarese. Ma per ora il mondo del vino è paralizzato: “Sta fermo a guardare cosa accade”.
Il timore dei produttori è che, se il peggio dovesse avverarsi, si apra una nuova stagione di guerre commerciali, dalle conseguenze imprevedibili. “Da sempre si sa che le guerre commerciali non vedono vincitori”, avverte Ferrarese. “Se però i dazi dovessero essere introdotti, la Valpolicella dovrà aprirsi ad altri orizzonti”.
Nel mirino ci sono i mercati dell’Est Europa, ma anche destinazioni strategiche come Cina, Corea, Singapore, Thailandia e persino India, da poco affacciatasi al mondo del vino italiano.
Intanto, i numeri parlano chiaro: nel 2023 gli USA hanno rappresentato il 20% dell’export vinicolo veneto, pari a quasi 600 milioni di euro su un totale di 2,8 miliardi. Per la sola Valpolicella, l’export negli Stati Uniti vale circa l’11% di un fatturato da 700 milioni di euro. Un mercato troppo importante per restare a guardare.













