Se ne va a 71 anni Alfredo Meocci, figura di spicco del giornalismo e della politica italiana, capace di intrecciare con rara eleganza due mondi spesso in conflitto. Morto all’ospedale di Negrar, lascia un’eredità fatta di competenza, mediazione e passione per Verona, la sua città, che non ha mai voluto abbandonare, nemmeno nei momenti di massima carriera.
Dal giornalismo alla politica, sempre con equilibrio
Un uomo dalle tante vite, iniziato nel giornalismo con una scrittura veloce e incisiva, capace di fondare e dirigere riviste senza mai smettere di raccontare la politica. Entrato in Rai nel 1982 dopo aver vinto un concorso, è riuscito a unire l’anima da cronista a quella da protagonista della politica, senza mai perdere il rispetto per gli avversari. Un tratto distintivo che, oggi più che mai, sembra appartenere a un’altra epoca.
Il suo percorso lo ha portato a diventare il braccio destro di Pier Ferdinando Casini e a entrare in Parlamento tra le fila del Polo delle Libertà, attirando anche l’attenzione di Silvio Berlusconi. Nell’estate del 2005, proprio l’ex premier, dopo una serata ad Arcore, spazzò via ogni incertezza e lo scelse come direttore generale della Rai.
️ La Rai e la politica veronese: la candidatura sfiorata a sindaco
Nonostante l’incarico prestigioso a Viale Mazzini, Meocci non ha mai nascosto il legame con Verona. “Inquadrate il decollo, ma nel servizio dite che io non lascio Verona”, disse ai cronisti il giorno della nomina. Due anni dopo, il centrodestra lo vedeva come candidato naturale a sindaco, e tutto sembrava deciso. Ma quando emerse la candidatura di Flavio Tosi, anziché alimentare scontri interni, fece un passo indietro con il suo solito sorriso, accettando il ruolo di vicesindaco e assessore alla Cultura.
L’ultima battaglia affrontata con il sorriso
Nel 2018, mentre passeggiava per le strade di Roma, un ictus segnò l’inizio di un calvario. Eppure, anche davanti alla malattia, non perse mai il sorriso, né la lucidità di un’analisi politica sempre profonda. “In politica, è finita l’era dei grandi partiti, ma non si capisce più quale sia la rotta da seguire”, aveva detto in un’intervista, con quella punta di amarezza che solo i grandi conoscitori della politica possono avere.
Negli ultimi mesi, ricoverato a Negrar, ha avuto sempre accanto la moglie, la giornalista Elena Gaiardoni, che ha scelto di trasferirsi nello stesso ospedale per stargli vicino. Ed è lì che se n’è andato, forse dopo un ultimo sorriso, proprio a lei.
Un uomo che ha fatto della mediazione la sua forza, della politica una missione e del giornalismo una passione. Verona lo ricorderà così.













