Ultime battute di campagna elettorale, con il centrodestra che ieri si è presentato unito in Piazza del Popolo a Roma. Giorgia Meloni dal palco ha detto: “Faremo una riforma in senso presidenziale e saremo felici se la sinistra vorrà darci una mano, ma se gli italiani ci daranno i numeri noi lo faremo anche da soli”. Letta chiude invece stasera nella stessa piazza la campagna del Pd. Ma sulle elezioni italiane si allunga l’ombra dell’Europa, con la Von der Leyen che, forse commettendo uno scivolone, ha commentato: “Se l’Italia farà come Orban, mandando al governo forze sovraniste, abbiamo gli strumenti per intervenire”. Una frase che alle orecchie di tanti è suonata come una – nemmeno troppo velata – minaccia di ingerenza.
La sfida come sempre sarà quella dell’affluenza, a peggiorare le cose anche la scelta di concentrare il voto su un unico giorno (domenica 25 settembre), cosa che penalizzerà soprattutto i lavoratori e gli studenti fuori sede. Per i partiti è stata inoltre una campagna elettorale anomala, una sorta di full immersion di appena due mesi, con alcuni candidati, che uscivano già dalla sfida amministrativa pochi mesi prima, che non sempre sono riusciti a mettere in campo tutte le energie necessarie per questo scatto finale.
Ci sono stati personaggi sempre sul territorio, nei mercati e nelle piazze, altri il cui nome si è visto solo sui manifesti elettorali, e ancora chi, con gesti teatrali, ha cercato di catturare l’attenzione dei media. Almeno a Verona la campagna elettorale si è svolta in maniera abbastanza ordinata, senza grossi colpi di scena o attacchi diretti a questo o quel candidato.
Secondo alcuni sondaggi pubblicati 15 giorni fa il centrodestra sarebbe in vantaggio e potrebbe vincere con una maggioranza assoluta di seggi sia alla Camera che al Senato. Possibilità condivisa anche da Roberto D’Alimonte, rispettato politologo ed esperto di sistemi elettorali. L’ipotesi dello studioso si basa sia sulla media degli ultimi sondaggi sia sul fatto incontestabile che gli avversari del centrodestra (i principali sono Pd, terzo polo, M5s) si presentano divisi, ciascuno per conto suo: il centrosinistra giallorosso non si è unito intorno ad un’agenda programmatica comune e la natura stessa del Rosatellum non lo rende competitivo a livello nazionale.
Adesso la palla passa agli elettori, e chissà che a Verona il voto di giugno non influisca anche sul voto nazionale.















