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Agroalimentare: per il 2022 poco pane e molto amaro

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La Russia rappresenta circa il 20% dell’export globale del grano tenero, l’Ucraina il 10% del grano tenero e il 15% del mais, ma gli aumenti dei prezzi si erano registrati già due anni prima. Infatti, secondo il Fondo monetario internazionale, tra aprile 2020 e dicembre 2021 il prezzo del grano era aumentato dell’80%. Ma a questa risposta va aggiunto un “però”: l’invasione russa ha creato delle instabilità nel mercato internazionale (4,5 milioni di tonnellate di grano sono fermi nei porti ucraini) ed ha evidenziato problematiche che per anni sono state rimandate e alle quali in tempi più sereni non si era trovata soluzione: la tensione sui mercati cui si associano fenomeni speculativi, ai quali è necessario rispondere con più informazione e più trasparenza; e l’effettiva disponibilità di prodotto.    

Secondo l’analisi del Centro Studi CNA a penalizzare artigiani e consumatori è la strutturale dipendenza dell’Italia dalle forniture estere di grano duro, tenero e mais. Il nostro Paese importa, infatti, circa il 65% di grano tenero per la panificazione e circa il 35% di grano duro per la produzione di pasta; arriva da fuori anche la metà del mais necessario per alimentare il bestiame. Ed a fronte di ciò, secondo le Previsioni di semina per le coltivazioni cerealicole nel 2022, negli ultimi due anni si è verificato un calo dell’incidenza dei cereali sui seminativi: nel Nordest nel 2020 una flessione del -1,4% rispetto all’anno precedente; nel 2021 dello -0,7%. Per il 2022 si prevedeva una flessione di un punto percentuale delle superfici coltivate a cereali (Istat) ma ciò era prima dell’inizio della guerra in Ucraina che sicuramente influirà sull’import e sull’export dei prodotti e ridurrà la quantità di grano e cereali da importare.

Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, all’ingrosso le farine di grano tenero hanno subito un aumento di +25,3% tra febbraio 2021 e febbraio 2022; gli sfarinati di grano duro +89,5%. Le uova sono aumentate di +26,3%, il burro del +110%. Il pollo del 59%, il tacchino di 63,1%. Ulteriori aumenti si registrano per l’acquisto di film plastici, etichette autoadesive, cartone, vetro e imballaggi. In media per il consumatore, da un anno a questa parte, si è verificato un incremento del +5,7% per il pane, dell’+11,1% per la pasta, del +19,9% per gli olii alimentari.

A livello europeo preoccupa la mancanza di forniture dato che nel 2020 l’Unione Europa ha importato il 35,7% dei beni prodotti nel settore agroalimentare in Ucraina per un valore di 5,8 miliardi di euro. Il 48,9% di cereali importati nell’Ue vengono dall’Ucraina, così come il 48,5% degli oli vegetali e il 25,1% della carne di pollo. Per quanto riguarda la Russia, seppure le importazioni nel settore agricolo rappresentino solamente l’1,4% del totale, la dipendenza da Mosca si fa sentire principalmente nel campo dei mangimi (18,9% del totale delle importazioni), dello zucchero (7,8%) e dei semi oleosi (6,7%). Dati che spiegano anche perché 26 Paesi in via di sviluppo – del Nord Africa e del Medio Oriente –  dipendano per più del 50% del loro import di grano da Russia e Ucraina.

L’UE stessa deve migliorare la propria autonomia alimentare e la propria capacità di esportazione, e bisognerebbe stabilire una quota minima di autoapprovvigionamento a livello di sistema Paese per alcune colture che consenta al settore agroalimentare di affrontare con tranquillità le profonde variazioni che ci prospetta il mercato.

Il Veneto è vocato alle DOP e alle IGP. “La nostra è la prima regione italiana per fatturato, con un valore della produzione delle filiere dei prodotti DOP IGP pari a 3,7 miliardi di euro – aggiunge il Segretario CNA Veneto Matteo Ribon –. Tra le eccellenze da tutelare, ad esempio: il Grana Padano, l’Asiago e i vini.  Per quest’ambito il dialogo con le istituzioni è costante, ne è esempio la recente legge sulle ‘piccole produzioni locali’ che valorizza le produzioni alimentari tipiche e di qualità, una vera e propria miniera a disposizione del consumatore e del turista. Come il nostro Paese sta cercando di diversificare i mercati di approvvigionamento per il gas, deve fare lo stesso per i cereali, ma con attenzione. Le grandi esportazioni dal continente americano, per esempio, presentano alcune problematiche su questo fronte: il limite massimo di aflatossine più permissivo di quello dell’Ue; la presenza degli OGM vietati dai nostri consorzi per le produzioni DOP;  l’impiego dei glifosati. Tutti esempi che portano sulla strada della riduzione della qualità del Made in Italy: non si deve abbassare la qualità dei prodotti primari con i quali si creano le meraviglie della gastronomia e cucina veneta e italiana”.



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