Le Mamme NO PFAS e Greenpeace hanno pubblicato i rapporti ottenuti dalla Regione Veneto e i dati relativi ai monitoraggi effettuati sulla presenza di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) negli alimenti di origine vegetale e animale coltivati in zona rossa, l’area del Veneto più contaminata da queste sostanze pericolose. L’evidenza è disarmante, il Pfas, come c’era da aspettarselo, ha contaminato anche i prodotti di origine vegetale e animale che mangiamo.
“È paradossale – affermano nella nota congiunta le due associazioni– che ancora una volta siano Greenpeace e le Mamme NO PFAS a condurre un’operazione di trasparenza e accessibilità alle informazioni mentre la Regione continua a trincerarsi dietro un silenzio assordante”.
“Le popolazioni che da decenni convivono con livelli allarmanti di sostanze chimiche – continuano Mamme No Pfas e Greenpeace – hanno il diritto di sapere a cosa vanno incontro mangiando gli alimenti provenienti dalla zona rossa. Lo stesso discorso vale anche per tutte le altre persone, italiane e straniere, che, in modo inconsapevole, potrebbero ancora oggi consumare decine di alimenti con elevati livelli di PFAS per colpa dell’inerzia istituzionale”.
“Il presidente Zaia, che si è sempre dichiarato attento alla questione – sottolineano nella nota -, non interviene e di fatto continua ad avallare il comportamento opaco e omissivo della Regione: una mancanza inaccettabile proprio da parte di quelle istituzioni che dovrebbero tutelare la salute della popolazione”.
Dall’analisi di questi dati è emerso che ad essere contaminati non sarebbero solo frutta e verdura, ma anche carne e uova provenienti dalle zone a maggior rischio, ma ci sono anche numerosi aspetti poco chiari legati all’assenza di alcuni alimenti tra le matrici analizzate (ad esempio meloni, angurie, mele e altri vegetali a foglia larga) e alla poca chiarezza sui criteri geografici che hanno guidato la scelta dei campioni da analizzare.
Inoltre, dai dati ricevuti non è possibile individuare eventuali legami con filiere agricole e zootecniche che vendono i propri prodotti sul mercato nazionale e straniero. Insomma un danno per la salute dei Veneti, ma anche per l’immagine di tanti prodotti che sono un’eccellenza del nostro territorio.














