Da più di un anno siamo quotidianamente informati sulle misure preventive da attuare contro l’avanzamento della pandemia. Ciò su cui non ci si è forse soffermati abbastanza sono le conseguenze psicologiche che questo periodo di isolamento sociale può avere avuto o avere attualmente sulle persone.
Durante la prima ondata di contagi, l’arrivo del Covid-19, ha provocato un trauma in molte persone interrompendo la quotidianità, costringendo all’allontanamento degli affetti o alla convivenza forzata in spazi ristretti. Per molti questo periodo ha coinciso con la perdita del lavoro o l’esperienza diretta della malattia e del lutto. Tuttavia è la seconda ondata quella che sta mettendo più alla prova la maggior parte delle persone dal punto di vista psicologico.
Ne parliamo con Michele Orlando, psicologo e psicoterapeuta, Consigliere dell’Ordine Regionale degli Psicologi e coordinatore commissione Tutela.
Questo repentino cambio dello stile di vita ha inciso notevolmente sulla psiche delle persone, ma perchè, dal punto di vista psicologico, è stata peggiore la seconda ondata rispetto alla prima?
“Durante la prima ondata di pandemia sono emerse difficoltà, ma c’era un vissuto condiviso e unità a livello sociale. C’era anche un’idea di fine, ovvero la speranza che tutto questo si sarebbe risolto in breve tempo. Nel momento un cui, ad ottobre, sono ripartite chiusure e limitazioni, le persone hanno perso la speranza, facendo emergere un senso di forte smarrimento. E’ un po’ come l’effetto di essere in mezzo all’oceano, continuare a navigare e non vedere mai la costa. Quindi c’è demoralizzazione, che porta a demotivazione, che si riflette sul quotidiano. Le conseguenze possono essere umore alterato, maggiore ansia, aumento di disturbi a livello depressivo, insonnia e isolamento emotivo”.
Chi ha risentito maggiormente della diminuzione di relazioni sociali? Quali sono le categorie più a rischio?
“La diminuzione di relazioni sociali è stata una delle cose che ha maggiormente inciso a vari livelli a seconda delle categorie. I soggetti più esposti al rischio di sviluppare problemi di salute mentale sono giovani, anziani, pazienti con disturbi psicopatologici preesistenti, evidenziando un peggioramento dei sintomi, e persone che hanno perso il lavoro. I ragazzi in questo periodo hanno perso il punto cardine di aggregazione per lo sviluppo di relazioni sociali con i coetanei, ovvero la scuola. Questo sicuramente ha portato a fenomeni di isolamento, demotivazione e demoralizzazione, nonché ad una forte dispersione scolastica (come emerge dal confronto con insegnanti e istituti scolastici). Gli anziani invece sono stati colpiti su più versanti. Gli ospiti delle strutture hanno subito una drastica privazione degli affetti e questo ha avuto riflessi negativi sulla salute stessa. Poi ci sono gli anziani attivi nella società che hanno visto restringersi la loro appartenenza, non potendo più frequentare i circoli e i centri a loro dedicati nei vari quartieri della città, hanno perso gli stimoli quotidiani. Questa per loro è stata una grossa sofferenza. Altra categoria molto a rischio è quella delle persone che hanno perso il lavoro. L’attività professionale ricopre una funzione importante nella vita: è fonte di reddito, conferisce alla persona un ruolo nella società, contribuisce a definire l’identità individuale e alla realizzazione personale. La riduzione o la perdita dell’impiego porta a ripercussioni a livello relazionale e alla diminuzione della fiducia in se stessi. Si può pensare di avere meno valore e questa sensazione può portare all’insorgere di disturbi depressivi”.
Cosa possiamo fare nel nostro quotidiano per superare al meglio questo difficile momento? Quali sono le abitudini positive, da portare avanti e quali invece da perdere?
“Le abitudini che possono far bene, nel caso di un adulto ‘medio’ sono sicuramente riuscire a trattenere relazioni, anche a distanza, fare regolarmente attività fisica e riuscire a darsi dei ritmi anche nella quotidianità. E’ necessario mantenere una sorta di schema interno da seguire per non abbandonarsi: per esempio anche se si resta a casa tutto il giorno non indossare il pigiama, avere degli orari fissi per pranzo e cena e continuare a fare progetti. Nel caso dei nuclei famigliari penso che si debba trovare un giusto equilibrio nello stare insieme. Il consiglio è quello di creare dei momenti di ascolto e riflessione reciproca ma anche ritagliarsi del tempo per stare da soli. Il rischio in questi casi è che la reclusione forzata porti a maggiore distanza. Importante è che ogni componente della famiglia si crei i propri spazi. Se penso agli anziani, prima di tutto, è molto importante che si tengano attivi cognitivamente, trovando delle attività stimolanti da svolgere ogni giorno, altrimenti il rischio è andare incontro ad un decadimento e ad un relativo peggioramento delle condizioni di vita. Spronarli per esempio a familiarizzare con le nuove tecnologie sarebbe molto positivo perché andrebbero ad acquisire nuovi strumenti e manterrebbero la parte cognitiva molto attiva rallentando il decadimento”.
Come ci si accorge di avere bisogno di aiuto?
“Inizialmente si può avvertire una perdita di motivazione e il bisogno di isolarsi socialmente. Inoltre si può notare il cambio di ritmo sonno-veglia e delle abitudini alimentari. In generale la poca cura del sé può indicare una fase depressiva”.
Tenendo in considerazione, come abbiamo detto prima, che non tutti hanno la possibilità economica, a chi ci si può rivolgere?
“L’investimento a livello di sanità pubblica sul benessere psicologico delle persone non è altissimo, servirebbero maggiori investimenti e speriamo che i servizi vengano potenziati soprattutto a livello territoriale, perché inizia ad esserci una domanda sempre più alta e le risorse sono carenti. Nel momento in cui ci sono delle difficoltà economiche esistono delle associazioni che, attraverso delle progettualità specifiche, fanno attività mirate a seconda dei bisogni. Ci sono anche dei centri di tipo solidale dove, a volte, offrono anche terapie con un prezzo calmierato. Sicuramente sarebbe bene rivolgersi ai Servizi sociali perché sono informati su tutte le attività di aiuto presenti nel territorio e offrono servizi di reindirizzamento. A Verona esiste anche il servizio di Psicologia a cui si può accedere tramite l’Ulss 9″.
“Come categoria, a livello regionale, stiamo chiedendo l’attivazione dei voucher psicologici: dei sostegni per poter permettere a chi è in difficoltà economica di accedere a percorsi psicologici. Attualmente sono stati presentati diversi emendamenti alla Legge di Bilancio da parte di alcuni parlamentari provenienti da diverse aree politiche, con diverse proposte, finalizzate a dare sostegni di questo tipo, segno importante che è un tema molto sentito da tutti e che è di estrema importanza investire nella salute mentale delle persone. Per concludere ci tengo a ricordare l’importanza nello scegliere un professionista valido e abilitato. L’offerta è tanta e il rischio, se ci si affida a ‘mani sbagliate’, è di incorrere in un peggioramento delle condizioni”.

















