Sul Corriere della Sera, Dario Di Vico: “È un’amara verità ma va detta: il trasferimento di liquidità dallo Stato alle imprese non sta funzionando come auspicato. Le norme introdotte con il decreto Liquidità si stanno rivelando farraginose, i tempi finiscono pericolosamente per allungarsi e cresce anche l’insoddisfazione e la protesta soprattutto dei piccoli imprenditori della manifattura e dei servizi. Per loro chiudere i battenti è stato già doloroso e il riavvio appare sempre più problematico. La scelta che il governo ha fatto è stata quella di far transitare la liquidità di ristoro attraverso il canale bancario, ma proprio qui si sono incontrare le prime sabbie mobili. Il decreto di emergenza stabilisce procedure nuove ma non abroga le leggi precedenti, a partire da quelle giustamente rivolte ad arginare la criminalità organizzata. Da qui il braccino corto di quei direttori di filiale che possono temere conseguenze penali per aver firmato un mutuo che favorisce un’impresa dell’area grigia…Al di là però delle valutazioni di carattere generale non si può che essere «ragionevolmente pessimisti» sull’esito delle misure decretate. La liquidità non arriverà alle imprese nei tempi giusti e quindi assisteremo prima dell’estate a un drastico processo selettivo. E non basta. Le imprese che comunque saranno riuscite a ripartire avranno la zavorra dei debiti da restituire in sei anni, di conseguenza il loro contributo alla crescita dovrà scontare questo handicap e sarà minore di quanto servirebbe. Nell’Italia che fatica ad uscire dal lockdown, che si interroga sulle trasformazioni delle proprie abitudini di vita, che è preoccupata di restare senza lavoro, tutte le incongruenze di cui sopra andrebbero affrontate e risolte con metodo. Ne va della capacità di far leva sullo spirito e le motivazioni necessarie per innescare l’auspicata ricostruzione”.
Su Libero, Vittorio Feltri: “Non è vero – mi sono sbagliato – che la Campania e varie altre regioni del Mezzogiorno sono più sfortunate della opulenta Lombardia. Al contrario, a Napoli e dintorni, per citare un esempio, gronda ricchezza da tutte le parti. Non esiste lavoro nero, la miseria è solo un ricordo del passato remoto, oggi non c’è partenopeo che non viva da nababbo e non abbia un reddito di alto livello, la camorra è un fenomeno folcloristico enfatizzato dalla stampa, non vi è alcuno non in grado di mantenere la famiglia agevolmente, la città è ordinata e i cittadini disciplinati, le tasse vengono pagate con puntualità. Milano e Brescia al confronto delle comunità vesuviane sono un casino, pullulano di poveracci che si arrabattano per recuperare una manciatella di euro, abitano in catapecchie, in due stanze alloggiano in dieci persone. Sono impaziente di migrare in Campania o a Potenza allo scopo di sollevarmi dalla fame orobica, aggravata dal virus. Confido di ottenere un posto nel ruolo di posteggiatore abusivo o contrabbandiere, meglio ancora: spero di essere assoldato, magari contando sulla raccomandazione di un’anima pia, da qualche cosca che mi dia la gioia di prendere in locazione un bilocale alle Vele che sono in vetta alle mie aspirazioni. Se poi mi fosse offerta l’occasione di recitare in un film tipo Gomorra, toccherei il cielo con un dito…Noi polentoni siamo degli straccioni, e io faccio ammenda per aver parlato di inferiorità dei meridionali. Perdonatemi, il sistema produttivo del nostro Mezzogiorno rappresenta un modello eccelso ed efficiente.”
Su Avvenire, Umberto Folena: “Fare il delatore, che passione! Denunciare le malefatte altrui, reali o presunte, dà grande soddisfazione. In epoca di quarantena, poi, è un irresistibile passatempo che procura immensa gioia. Tuttavia, tra sentinella e avvoltoio la differenza può essere sottile. La sentinella sta in guardia per avvisare di un pericolo imminente. La sua soddisfazione consiste nel rendersi utile alla comunità e il suo ruolo è ufficialmente riconosciuto. L’avvoltoio è un volontario spontaneo che gode e basta. Appostato alla finestra o al balcone, o alla ringhiera del suo bel giardinetto, apostrofa i passanti, li fotografa e pubblica le loro immagine, consentendo ai sodali di vomitare loro addosso insulti a profusione. Che il passante abbia tutto il diritto di passare o stia contravvenendo alle norme, nulla importa. Così accade che la farmacista di Salerno, di ritorno a casa dopo un turno lungo e pericoloso, venga centrata dall’alto da una secchiata d’acqua: “Dove vai, balorda?”…Il delator è figura ampiamente citata dagli autori latini, e non benevolmente. Spesso il delatore soffia la sua spiata per ricavarne un vantaggio personale, in denaro o cariche pubbliche. Il delatore dei regimi autoritari, rigorosamente protetto dall’anonimato, in genere è ricompensato in denaro, ma la sua “ricompensa” può essere del tutto immateriale: la gioia di far del male a qualcuno, se lo meriti o no…io delatore denuncio il comportamento che nego a me stesso e che dunque nessun altro deve potersi permettere, ne abbia il diritto o no. Al polo opposto c’è chi – come il cittadino palermitano che prima organizza il banchetto sul terrazzo e poi, multato, chiede 1.500 euro per farsi intervistare – ride in faccia a tutti, delatori compresi, e fa quel che gli pare…Poco ci consoli sapere che il fenomeno è mondiale. A Londra, il questore Anthony Stansfeld ha pregato la popolazione di fare la spia solo per casi palesi ed eclatanti, e a intrattenere piuttosto rapporti amichevoli e collaborativi con i vicini. Nel Northamptonshire, la polizia ha ammesso di essere bombardata da dozzine di chiamate di chi vorrebbe far arrestare il vicino che si fa una corsetta o un barbecue in giardino. A Los Angeles, si segnala una valanga di “telefonate bizzarre”, come quella che chiedeva di arrestare due persone alla fermata del bus: una aveva tossito. La delazione a volte è incoraggiata: in Nuova Zelanda, il sito della polizia ha ricevuto così tante segnalazioni da andare in crash. Qualche ex funzionario della Stasi starà gongolando: ah, i bei vecchi tempi…
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera: “Mentre per l’Italia nel suo complesso l’epidemia di Covid-19 rappresenta una catastrofe, per gli alunni delle sue scuole di ogni ordine e grado essa rischia di equivalere più o meno a quello che un tempo si sarebbe detto il Paese di Bengodi…Ebbene, io credo che si tratti di un grave sbaglio, di una scelta profondamente diseducativa. Ma come? Sul Paese si è abbattuta una vera e propria tragedia, i morti si contano a migliaia, a milioni le persone che hanno perso il lavoro o sono economicamente con l’acqua alla gola, la nostra economia rischia di rimanere in ginocchio, le finanze pubbliche neanche a parlarne, e che messaggio viene trasmesso ai giovani italiani? «Facciamo come se nulla fosse e liberi tutti!». Ma c’era un’alternativa? E quale? Secondo me sì. Innanzi tutto prendere atto della realtà (che è sempre un’ottima cosa) e decidere quindi di annullare l’anno scolastico in corso. Ma al tempo stesso, poiché non sarebbe stato certo giusto penalizzare gli studenti facendo loro perdere un anno, e poiché alla fin fine i mesi di vacanza forzata assommavano a un solo trimestre, decidere di recuperare l’anno perduto agganciandolo all’anno successivo. Ad esempio, iniziando il nuovo anno scolastico il 25 agosto; poi fino al 15 ottobre, cioè in 50 giorni, recuperare il trimestre perduto; a questo punto in una settimana o due svolgere gli scrutini non fatti nel giugno precedente e sostituire con gli scrutini anche gli esami di licenza saltati; infine dare inizio al nuovo anno il 1° novembre. Magari prevedendo vacanze più brevi a Natale e a Pasqua ed evitando inutili perdite di tempo con il ridicolo rito delle finte «occupazioni» e con le gite scolastiche…nel momento in cui il Paese attraversa la crisi più grave della sua storia repubblicana, sarebbe stato giusto, a me pare, che i giovani non fossero avvolti da una improbabile bambagia protettiva…non andiamo forse ripetendo tutti da settimane che proprio il colpo ricevuto deve obbligarci a «ripensare tutto», che «nulla può o deve essere come prima»? Le autorità scolastiche, allora, avrebbero potuto capirlo tra le prime e dare l’esempio. Capire che nelle aule non avrebbe più potuto esserci posto per la bonarietà vacua e indulgente, per il demo-paternalismo attuali. Che con i tempi che si annunciano c’è bisogno di qualcosa di ben diverso: soprattutto di una nuova serietà”.
Su Il Manifesto, Tonino Perna: “Nel tracciare un primo bilancio, sul pia- no della diffusione del virus si registra un netto vantaggio del Mezzogiorno come di tutte le aree periferiche del mondo. Le più colpite sono le zone al centro della globalizzazione, dei processi di modernizzazione più avanzati. Così anche sul piano economico ne uscirà meglio il Mezzo- giorno perché qui la Pubblica Amministrazione ha un peso doppio, sia come contributo al Pil che all’occupazione. Anche il crollo del turismo investirà di più il Centro-Nord: su 100 stranie- ri che visitavano l’Italia solo l’11% si recava al Sud. Complessivamente, prendendo per buona la proiezione del Fmi, si può stimare per il 2020 un calo del Pil al Nord del 12%, al Centro del 9%, e nel Sud del 7%…La crisi sanitaria e economica peserà diversamente per fasce sociali, territoriali e anagrafiche.Anziani, case di cura e badanti. Nel Sud, a parte alcuni tragici esempi di diffusione della pandemia nelle case per anziani (in Sicilia in modo particolare), il fenomeno è stato circoscritto. Gli anziani rimangono spesso in casa, e con una badante nelle famiglie di ceto medio (mandare in una Rsa un anziano è considerato quasi un disonore). Queste lavoratrici adesso non possono più uscire nei giorni liberi, per incontrare altre donne, spesso della stessa nazionalità. Murate, senza la possibilità di tornare nei loro paesi, vittime invisibili di questa pandemia (circa 1,2 milioni in tutta Italia). E’ il rovescio della medaglia per una condizione di maggiore sicurezza della popolazione.Giovani, emigrazione, precariato. Sul piano economico i più penalizzati dal Covid-19 sono i giovani, soprattutto i precari, privi di coperture assistenziali. Particolarmente in difficoltà le migliaia di stagionali presso le strutture ricettive delle località turistiche invernali del Nord (alberghi chiusi, come i B&B, con il problema di un posto dove dormire, a casa non possono tornare). Operai dell’industria e della grande distribuzione. Al Sud sono rimasti in attività i petrolchimici, centrali termoelettriche e raffinerie del petrolio (in particolare in Sicilia) nonostante la domanda di benzina e gasolio sia crollata. E poi c’è sul tappeto la grande questione di Taranto, di cui al momento non si parla…Immigrati. Scomparsi dalla scena politica come “grande emergenza “, gli immigrati non sono fuggiti dall’Italia perché debbono lavorare a tutti i costi. Grazie ai Decreti (In) Sicurezza sono state tra- sformate in clandestine più di 400 mila persone che possono lavorare solo in nero e nemmeno muoversi dalle zone del Sud dove lavoravano alla raccolta di agrumi e kiwi. Così le moderne aziende agricole del Nord rimangono senza manodopera proprio nel momento clou della raccolta della frutta e della mietitura. Gli immigrati che perdono il lavoro hanno un problema in più rispetto agli italiani. Non possono mandare i soldi a casa, essenziali per la sopravvivenza delle loro famiglie. Lavoro nero. Ambulanti, piccoli artigiani, manovali, muratori, millemestieri, sono ancora fortemente presenti nel Mezzogiorno e sono quel- li più toccati dalla crisi per- ché non possono accedere ai benefici previsti dal governo. Bisognerebbe istituire un red- dito di cittadinanza, senza condizionalità, aumentando l’assegno mensile e estendendolo fino alla fine dell’anno in corso. E dovrebbe poter essere sufficiente un’autodenuncia senza conseguenze giuridiche. Il Corona virus ha rappresentato una sorta di nemesi storica tra centro e periferia della globalizzazione. Ma popoli ed aree marginali pagheranno dopo, alla ripresa che si concentrerà ancora di più nelle aree più forti del mondo”.
Antonio Padellaro su Il Fatto: “sul sì o sul no alla ripresa del Campionato di calcio…oggi come oggi propendo più per il no che per il sì, e non soltanto sulla base delle argomentazioni rappresentate a livello di governo dal ministro della Salute, Roberto Speranza (“il calcio è l’ultimo dei problemi”). Provo un sentimento più profondo, o se volete meno superficiale maturato, anche, per aver letto tante opinioni così divergenti dalla mia. Ho scoperto che in realtà assistere a delle partite di un torneo irrimediabilmente falsato, a porte chiuse, e unicamente allo scopo di rattoppare i bilanci di società e televisioni, be’ se è così non m’interessa più. Proprio perché continuo ad amare questo sport (come amo il basket, il ciclismo, il tennis o il motomondiale). Proprio perché mi manca molto la mia Roma (così come mi mancano Wimbledon e il Tour), mi sono convinto che la magia di uno spettacolo è nello spettacolo. E che organizzare i surrogati di quell’emozione, soprattutto quando interrotta da un cataclisma, è come pensare di usare i mattoncini del Lego per ricostruire il Colosseo. Umberto Zappelloni scrive sul Foglio che a parte il colossale buco economico provocato da uno stop del calcio europeo (circa 4 miliardi), si rischia un danno ulteriore: “il calo del desiderio, della passione”, poiché “i riti diventano tali se c’è una ripetitività dei comportamenti”. Può darsi, anche se personalmente non credo che “dopo” avremo “perso la passione e la voglia di viverla tutti assieme”. Anzi, quando si tornerà allo stadio, speriamo già nel prossimo autunno, sarà come un’altra prima volta. Ma in più questa volta ci sentiremo (mi sentirò) intimamente riconoscenti alla vita”.













