Alberto Alesina e Francesco Giavazzi Sul Corriere della Sera: “Ciò di cui l’Italia oggi ha più bisogno è tantissima liquidità. Tanta quanta ne serve per chiudere il buco aperto da una caduta del reddito che, alla fine dell’anno, varrà, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, oltre 150 miliardi di euro. Serve liquidità affinché chi non può lavorare non perda il suo reddito e quindi possa continuare a consumare: se così non accadesse, agli effetti del lockdown sulla produzione si sommerebbe una straordinaria contrazione della domanda. E serve liquidità per evitare che le aziende falliscano; per far fronte alla straordinaria pressione sul sistema sanitario, che ha dimostrato di avere medici e infermieri eroici, ma gravi carenze strutturali… Dove si trova tanta liquidità? Certo non tassando un’economia che non produce: la si affosserebbe definitivamente. Le tasse non si alzano durante una recessione. Al massimo quando è finita.Tantomeno ricorrendo a forme di prelievo forzoso: per ogni euro incassato forzosamente lo Stato ne perderebbe molti di più perché un prelievo obbligatorio, ad esempio un’imposta patrimoniale, segnalerebbe che abbiamo perso l’accesso al mercato. Il debito che è detenuto all’estero non verrebbe rinnovato e anche gli italiani cercherebbero di disfarsene. Allora dove trovare la liquidità?…La Bce non può acquistare un trilione di titoli all’anno per sempre. Per questo ci vogliono il Mes, gli eurobond o qualche altro meccanismo…il vertice europeo di domani è cruciale. Chiedetevi che cosa potrebbe accadere se domani i Paesi dell’eurozona litigassero e la riunione terminasse senza un comunicato congiunto, ad esempio perché il presidente del Consiglio italiano si impunta sugli eurobond e il suo collega olandese non ne vuole sentir parlare, come è accaduto nella penultima riunione dell’eurogruppo. Dopo un Consiglio europeo che finisse male lo spread sui titoli di Stato italiani si impennerebbe e solo gli interventi della Bce riuscirebbero ad abbassarlo. La Bce può farlo, ma solo sbilanciando i suoi acquisti di titoli a favore dell’Italia. La sua posizione diverrebbe sempre più difficile…Che Salvini spari a zero sull’Europa è comprensibile. La sua è una scelta politica, a nostro parere folle, ma lucida. Il suo scopo è portarci fuori dall’Europa. Ma che il presidente del Consiglio affronti le riunioni europee con frasi tipo «Pronti a fare da soli» non solo è controproducente, è assolutamente privo di credibilità. Come può l’Italia minacciare di uscire dall’Europa e dall’euro? Che cosa succederebbe se fossimo da soli? La liquidità dovrebbe fornirla la Banca d’Italia, e una lira non ancorata all’euro si svaluterebbe come accadeva negli anni Novanta, quando la lira si svalutava un anno sì e l’altro pure, senza che la nostra competitività nel commercio internazionale migliorasse stabilmente. Gli investitori esteri fuggirebbero spaventati dal rischio svalutazione, gli italiani, a meno che non glielo si impedisca per legge, investirebbero in euro e dollari. I nostri titoli perderebbero valore e i tassi sul debito pubblico schizzerebbero. Una strada che ci porterebbe dritti verso un default sul debito, o a causa dell’inflazione o per decreto. Davvero qualcuno pensa che sia un’alternativa preferibile a una sia pure imperfetta Europa?”
Matia Feltri su La Stampa: “Un amico ricorda Norman Lewis e il suo libro forse più bello, “Napoli ’44”. Nessuno ha spiegato meglio il rapporto fra il Mezzogiorno e gli Alleati, ed esilarante è il passaggio in cui Lewis racconta di un latifondista svitato, vicino alla camorra rurale, che si credeva la reincarnazione di Garibaldi e battezzò il suo partito Forza Italia. Cosi va la vita. In questi giorni di clausura e frugalità, che soffro relativamente perché amo ii silenzio, le baite isolate, il mare d’inverno, e leggo con un sospiro gli inviti al ritorno ai costumi rurali contro i guasti epidemici della modernità, mi è venuto alla memoria “Niente da dichiarare”. Lewis cercava un posto tranquillo, pressoché desolato, dove scrivere in santa pace. Finì a Farol, un paese spagnolo raggiungibile col mulo, senza guardie e senza medico, abitato da quattro pescatori in grado di mettere assieme, nei giorni buoni, un pesce e una zuppa. Un giorno a Farol arrivò il ventesimo secolo: si progettarono ville, campi da golf, spiagge attrezzate e Lewis se la svignò. Gli indicarono un’isola dove non c’era energia elettrica e l’acqua si portava a casa dai fiume con la botte, rane comprese. Gli parve un sogno. L’isola si chiama Ibiza. Lì gli uomini assumevano afrodisiaci a base di interiora di rettili, le donne invocavano Allah e dopo il tramonto restava in giro qualche gatto. Finché, stupore degli indigeni, si costruì un aeroporto. E anche a Ibiza arrivò il ventesimo secolo. Che fine faranno i pescatori? – chiese Lewis a uno del posto. Spariranno, rispose quello: guadagneranno dieci volte tanto portando i turisti in barca, e smetteranno di morire quando il mare si fa grosso”.
Alessandro Sallusti su Il Giornale: “II premier Conte ieri Camere ha parlato mczzora senza dire nulla di chiaro e definitivo, nè sull’utilizzo di aiuti europei tipo Mes, nè su tempi e regole della riapertura, se non generiche e ovvie indicazioni su distanziamento sociale e uso dulie mascherine…Per le imprese e per i lavoratori aspettare Conte è come aspettare Godot, il protagonista dell’opera teatrale di Samuel Beckett che rimanda di giorno in giorno, di fatto all’infinito, il suo apparire sulla scena. Per questo zittì zitti gli imprenditori, per non morire di asfissia, hanno già avviato ¡a ripartenza fai da te…L’Istat, del resto, sostiene che tè (2,4 milioni di imprese con olire quindici milioni di lavoratori) e centomila – dai ministero dell’interno – si siano accodate nelle ultime ore…Invece che a super-esperti professoroni, al posto di inventarsi formule astruse e pensare a decreti complicati e incomprensibili, proverei a chiederlo agli imprenditori e ai rappresentanti dei lavoratori che lo stanno facendo. A occhio costa meno e in due giorni si va sull’obiettivo. non a parole ma nei fatti. O ancora meglio: date poche regole, chiare e definitive; chi è in grado da subito di rispettarle apra, chi no si attrezzi, senza dover passare per le solite strettoie burocratico-formali. Se così non sarà, altro che partenza ordinata. Sarà il far west, terra di banditi e avventurieri, e non ci sarà sceriffo in grado di riportare l’ordine”.
Sul Corriere della Sera, Massimo Gramellini “Le B.A.C. (Brigate Anziani Combattenti) entrarono in azione dopo il decreto del 25 Aprile, festa dell’Ibernazione, che aveva mantenuto il divieto di uscire di casa soltanto per chi avesse oltrepassato i settant’anni. I settantunenni erano i più avvelenati, essendosi visti affibbiare la patente di vecchi. Ma un po’ tutti sembravano sconvolti dalla prospettiva di trascorrere l’estate all’ombra delle tapparelle, a ingozzarsi di repliche televisive e formaggini scaduti. Non erano tanto gli effetti del decreto ad avvilirli: dopo una certa età, la smania di uscire tende ad affievolirsi, la poltrona diventa una portaerei e si tende a viaggiare con i ricordi. Era il principio d’uguaglianza, per cui un anziano vanta gli stessi diritti di salire sull’autobus che ha un borseggiatore. Ma soprattutto la dignità. Per tutta la vita gli anziani si erano sentiti dire che bisognava dare fiducia ai bambini, trattandoli da adulti, e ora il governo trattava loro da bambini. Come se non arrivassero da soli a capire che per strada occorre mantenere le giuste distanze da tutti, anche dai nipoti (ma almeno vederli!). Le B.A.C. sbirciarono dallo spioncino. Via libera. Erano pacifiste, anche per via dei reumatismi, ma inflessibili su un punto: gli italiani non saranno scandinavi, però sono meno indisciplinati di quanto essi stessi si considerino. Se fossero circondati da un po’ di fiducia, sarebbero persino in grado di uscire di casa senza starnutirsi addosso l’uno con l’altro, a qualsiasi età”.
Su Avvenire, Mauro Leonardi: “Mai come in questa Pasqua di Coronavirus l’incertezza – quella che il Papa descrive nella sua omelia nel giorno della Divina Misericordia – dipinge lo stato d’animo di ciascuno di noi e in particolare del credente…Dentro gli apostoli si agitano spinte contraddittorie. Da una parte sanno che Gesù è risorto e quindi avvertono la spinta a uscire, a evangelizzare, ma allo stesso tempo la paura di venire colpiti con la stessa sorte del Maestro li trattiene, li rende incerti al punto da risultare perfino non convincenti verso l’apostolo che, pur non credendo, è parte del gruppo, vive con loro.Anche noi, dopo quell’8 marzo che ha dichiarato l’Italia “zona protetta”, sentiamo la fretta di ricominciare e, al contempo, capiamo la pazienza di attendere…Come coniugare il personalissimo elemento della propria salute con l’esigenza di non diffondere il contagio? Così il coronavirus ci regalerà un punto di vista nuovo e assolutamente necessario al giorno d’oggi: la necessità di superare la dittatura dei falsi dualismi. Il falso dualismo car- riera-famiglia, quello italiano-straniero, ateo-credente, cattolico o di altra religione, e così via…Guariremo dal Covid-19 se guariremo dalla malattia di non contrapporre ciò che va semplicemente distinto”.
Marco Travaglio su Il Fatto: “Va detto con dolore, ma va detto: il miglior modo per salvare il buon nome del Parlamento, che è e deve restare il centro della democrazia, è quello di mostrarlo il meno possibile. Quando, come ieri, le tv ne trasmettono le sedute, il rischio è che chi vede e sente parlare i parlamentari, anche se animato dalla più fervida passione costituzionale, si domandi a che diavolo servano. Raramente avevamo assistito come ieri, prima alla Camera e poi al Senato, a uno spot più devastante contro la democrazia parlamentare. Salvo rare eccezioni, una catena di interventi miseri, sciatti, retorici, propagandistici, quasi sempre avulsi dall’ora drammatica che stiamo vivendo e asincroni rispetto alle urgenze della gente, mai come ora allergica agli autospot, alle bandierine e al- le chiacchiere vuote. Quando poi ha preso la parola l’autorevole leghista leghista Bagnai, che ha fatto a pezzi il Mes inaugurato dal terzo governo B. con dentro la Lega e ha descritto l’Italia di oggi come un plumbeo regime autoritario a mezzadria fra “la dittatura del proletariato” e “la dittatura della scienza”, è apparso alle sue spalle Totò che sul wagon-lit lo sbeffeggiava come l’onorevole Cosimo Trombetta: “Ah, lei sta in Parlamento? E la lasciano parlare?…Onorevole lei? Ma mi faccia il piacere!”. Una gaglioffata eguagliata dagli adepti della setta dell’Innominabile, che invocavano ad- dirittura il “Mes senza condizionalità”, con la stessa credibilità con cui Totò vendeva la fontana di Trevi, visto che al momento nessuno conosce le condizionalità del cosiddetto nuovo Mes”.
Su Il Manifesto, Francesco Pallante: “In un sorprendente articolo comparso su La Stampa» Massimiliano Panarari s’interroga sull’incapacità del governo di approfittare dello stato d’eccezione per esercitare i propri poteri decisionali. Il ragionamento è semplice: «Lo stato d’ecce- zione è in corso»; «sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione» (Carl Schmitt); il presidente del Consiglio è co- lui che decide nello stato d’eccezione. Ergo: che cosa aspetta Giuseppe Conte a «sciogliere il nodo di Gordio» della decisione più importante e correggere l’«evidente passo falso» che lo ha portato a ritenere «non negoziabile» il «primato della salute» a discapito delle «giuste ragioni del mondo indu- striale»? Difficile sommare tanti travisamenti della Costituzio- ne nel breve spazio di un articolo di giornale.Primo: non è in corso alcuno stato d’eccezione. E ciò per il semplicissimo motivo che si tratta di un’ipotesi che il nostro ordinamento non contempla. Quel che è in atto è uno «stato di emergenza sanitaria» proclamato, per sei mesi, dal Consiglio dei ministri con deliberazione del 31 gennaio 2020 adottata in forza del Codice della protezione civile…Né si può dire che siamo di fronte a una lacuna costituzionale: i costituenti discussero a fondo la previsione dello stato d’emergenza…Di qui la scelta, poi assunta consensualmente, di rego- lare non l’emergenza ma i poteri esercitabili dal governo, sotto controllo parlamentare, nei casi straordinari di necessità e urgenza (art. 77 Cost.) e in seguito alla deliberazione dello stato di guerra (art. 78 Cost.)…Un’ultima notazione: dopo quarant’anni di culto della governabilità siamo giunti al punto di additare Alessandro Magno – il condottiero che recideva/decideva i nodi politici a colpi di spada – a modello per i nostri governanti. Un allontanamento dall’ideale democratico contro cui Luigi Bobbio aveva messo in guardia sin dal 1996, proprio all’inizio della stagione della “democrazia decidente”, con un libro istruttivo sin dal titolo: La democrazia non abita a Gordio”.
Su La Stampa, rubrica La Jena, titolo “4 maggio”: “Esco, passo al bar, lavoro tutto il giorno, torno a casa stanco, mangio, mi butto sul divano e mi addormento…ho già nostalgia del lockdown”.













